Strafexpedition 2017

I piedi sanno ascoltare, ed i piedi dei trailrunners lo fanno spesso bene, a volte meglio delle orecchie.
Ogni passo di questa gara è un passo nella storia. Una storia intensa, spesso tragica, molte volte triste e angosciante, ma anche eroica.
Chiunque abbia la fortuna di percorrere questi sentieri, anche se in gara e rapito dall’intensità della competizione, non può esimersi dal vivere queste emozioni.
Quando l’anno scorso mi iscrissi all’edizione 2016 lo feci quasi per caso e all’ultimo momento.
Questa volta invece sapevo fin da sempre che sarei tornato ad Asiago, e per altre ragioni che non le classiche (e se vogliamo futili) di migliorare il risultato o il tempo di gara. Nella Strafexpedition si toccano altri temi, in un certo senso “si scava più a fondo”.
Correre questi sentieri, accanto a queste trincee, le casematte militari, i depositi, i rifugi diroccati, i monumenti ai caduti, le targhe commemorative, le lapidi…ha un sapore diverso, unico nella sua tragicità.
Non mi divulgherò ulteriormente nell’argomento, cosa che ho già fatto nel racconto dell’anno scorso qui disponibile Strafexpedition 2016.

La gara!
Prima di raccontare questo trail devo aprire una parentesi e spendere due parole sul significato della parola “trail”. La Strafexpedition secondo il mio personale Suunto è 51 km con 2700+ e passaggi in cresta a 2300 metri di quota. Tecnicamente è una ultra (di quelle piccole) e a fil di cielo.
In un mondo denominato dagli inglesismi e termini tecnici altisonanti si dovrebbe quindi  identificare la Strafexpedition come una ultrasky, perlomeno skymaraton, sicuramente skyrace. Gli organizzatori si accontentano dell’innocua denominazione trail, lasciando agli iscritti il piacere di viverla come meglio credono, e questo forse non è un male!
Le previsioni del tempo alla vigilia sono inquietanti, quasi sadiche considerato che veniamo da circa tre mesi di caldo estremo, afa e anticicloni africani con nomi infernali: pioggia intensa, neve sopra i 2000 metri, venti da nord freddi. Mancano solo i pinguini. Un disastro.
In partenza, alle 07 di mattina nella piazza di Asiago, i circa 200 concorrenti iscritti alla 50 km e gli altri 100 della 35 km sono decisamente confusi, e si nota:
chi in tenuta invernale, chi seminudo.
Mi guardo intorno e vedo infradito, pantaloni lunghi in goretex pesanti, rayban, passamontagna e costumi da bagno.

strafepedition 2017 john benamati, giorgio fedele
foto fede

Io, con i miei pantaloncini corti fluorescenti (li ho presi a caso dall’armadio e sono da donna, lo so) e la giacca di alta montagna in goretex sembro un infortunio stagionale…
Scambio quattro chiacchiere con Giorgio Fedele (fedele anche a questa gara visto che è la sua ennesima partecipazione) poi suonano “Il Silenzio”.
Il momento è toccante, nessuno osa parlare, e pochi secondi dopo arriva lo start ufficiale.
Sono perfettamente consapevole che non tutti i concorrenti che vedo corrermi attorno sono della mia distanza, i petorali rossi identificano infatti il percorso di 35km, ma il mio ego competitivo se ne scorda quasi istantaneamente e tutti i miei buoni propositi di tenere un ritmo tranquillo vanno a farsi benedire.
Sono trascinato dall’entusiasmo generale, e le buone sensazioni, così rare per me in una gara che parte la mattina presto, danno un tocco di ebbrezza a tutta la faccenda. Non sono ubriaco, ma ci manca poco, e accendo il pilota automatico con nonsalanche.
La pendenza non mi fa più cosi tanta paura come in passato, quando le mie crisi epiche mi costringevano a “ravanare” con la lingua e le unghie le pendenze, ed il merito è forse dell’infiammazione alla banda ilieotibiale che mi ha costretto per settimane a correre praticamente solo in salita. Una condizione a me estranea, che è culminata con l’iscrizione ad un km verticale, vedi mio precendete articolo sulla Maistrack Monte Summano Vertical
Come strategia di gara scelgo quella minimalista, quindi per pigrizia imparo solo a memoria i km dei punti ristoro che sembrano la tabellina del nove: 9, 18, 25, 36 e 42. Passo così il primo e prendo un po’ di acqua, ma arrivo al secondo già al km 14 e vado nel pallone con la mia algebra da asilo infantile.
Chiunque avrebbe capito che quello era il ristoro del km 18, io no, e mi costringo così a una tirata unica fino al terzo…qualche km di troppo piu in lá.
Arrivo praticamente affamato a Campigoletti per scoprire che da mangiare c’è solo acqua, e da bere pure, niente formaggio Asiago con polenta e funghi porcini come si aspettava il mio inconscio, (tutto questo comunque accuratamente riportato nel regolamento) e quindi con la mia ultima barretta (al cioccolato fondente da 98kcal “sostitutiva del pasto” come recita l’etichetta) affronto le due cime a 2300 metri che mi separano da Campo Gallina. Il vento è insidioso, non forte ma tagliente, e il sole che fa raramente capolino tra le nuvole scalda solo con il pensiero.
Per fortuna non piove, ma in questi momenti mi rendo sempre conto che la montagna non è il parco giochi che tutti vorremmo credere sia. Nello zaino per fortuna ho una maglia termica e la coperta di sopravvivenza ma anche se ho freddo lascio queste armi segrete come ultima risorsa in caso di estremo bisogno (se mi faccio male, o devo fermarmi per fare la cacca per esempio…)

strafexpedition 2017 cima 12 john benamati
courtesy foto studio 3

Passo da cima 12 con un certo sollievo, dietro di me non vedo concorrenti e questo toglie la tipica ansia del pirla che “non vuole essere superato”, nemmeno fossimo ai mondiali di formula uno.
Da questo punto, che è anche uno dei più alti della gara, il percorso è praticamente tutto in discesa, e libero le gambe alla ricerca della giusta media. Dopo un’estate a correre in maniera approssimativa, proprio in discesa, non ho idea come reagiranno i miei tendini ma questo mi sembra proprio il momento giusto per testare tutto il sistema. Accellero (per i miei canoni) e riesco prima di Asiago a superare una manciata di pettorali neri (quelli della 50km). Non è necessario, ma riuscirere a raggiungere qualcun’altro è sempre stimolante e produttivo, e non soltanto dal punto di vista competitivo. Spesso, nelle gare di trail, e penso succeda solo in questo sport, questo è un motivo per scambiare qualche battuta o magari scherzare…un mio amico triathleta mi ha confidato invece che nel suo sport volerebbero insulti, scarpe in faccia e forse anche pietre….
Taglio il traguardo in 6 ore e 32 minuti, in 12 posizione assoluta. Ho migliorato (di pochino) il tempo dell’anno scorso ma sono primo di categoria, per botta di culo…
Il vero primo veterano infatti, Luciano Meneghel, un vero animale di montagna, in realtà arriva 40 (quaranta!) minuti prima di me, ma ha la “sfortuna” di piazzarsi anche sul podio dell’overall, e come recita il regolamento al paragrafo specifico: i premi non sono cumulabili.
Resto convinto di essere secondo fino ad un istante prima delle premiazioni, quando mi chiamano sul podio al gradino più alto. Il morale sembrerebbe soddisfatto, ma il vero re di categoria è lui!
Vince questa edizione della Strafepedition 2017 con il tempo spaziale, quasi cósmico di 05 ore e 14 minuti tal Luca Miori, un extraterrestre (come altro chiamarlo?) che ho già incontrato quest’anno nella Cuet 37

Me ne vado dall’altopiano soddisfatto e felice anche grazie ai premi di categoría: marmellate e nocciolata della Rigoni, cosa chiedere di meglio per il mio rientro alle Canarie?

 

foto fede

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Maistrack Monte Summano Vertical

Quando è ai piedi di una bella montagna e guarda la sua cima in lontananza, di solito l’essere umano normale cerca una via comoda ed accessibile per raggiungerla, magari a piedi oppure usando funivie e/o bus navetta. Normale però è un termine che non esiste nella mente contorta dell’atleta da km verticale.
Questo essere, apparentemente simile al trail runner medio ma col quale in realtà condivide soltanto le scarpe (alla Maistrack infatti nemmeno l’abbigliamento era in comune), ha l’abitudine di raggiungere le cime correndo a fil di cresta e molto spesso a quattro zampe. Come un autentico animale da montagna suole inerpicarsi tra gradoni di pietra e cenge pericolanti, strisciando possibilmente sul ventre, per guadagnare metri positivi, unico suo obiettivo e ragione di vita. A differenza del trail runner normale i km percorsi sono inversamente proporzionali alla difficoltà dell’allenamento, così che il classico “oggi ho fatto venti km” (che di solito fa figo e professionista) diventa “oggi ho fatto due km” (ma verticali…)
Pochi ma buoni verrebbe da dire e queste parole sante le ho capito a mie spese.
La colpa di tutto (a qualcuno dovrò pur darla) è ovviamente di Fede amore, la mia inseparabile compagna di vita, che un giorno, stufa probabilmente delle vanterie sui miei miglioramenti in salita, ha pescato dal mondo dei social questa gara.
La sua domanda ingenua: e allora perché non provi a fare un km verticale? così te la finissi de romper i maroni (questo sottointeso), mi ha trascinato prima a Santorso e poi in cima al monte Summano.
Tecnicamente mi consideraravo in grado di portar a termine un km positivo, moralmente no. Intendiamoci: la salita una volta la odiavo, mentre ora la tollero, ma sempre perché poi vinco il premio: cioè una bella discesa.
L’idea di faticare tanto per poi fermarsi sul cocuzzolo del monte, in fin dei conti, è veramente da masochisti.

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foto courtesy maistrack summano vertical

Il concetto di km verticale è uno dei più semplici in assoluto del mondo della corsa in montagna. Direi che è a prova di idiota: sempre verso l’alto, come cercatori della fonte Levissima (o della grappa Piave) dipende dai punti di vista, e il più in fretta possibile al limite delle capacità cardiache del proprio organismo.
E qui ci sarebbe da aprire una parentesi medica, perché sono convinto che la semplice dicitura “per atletica leggera” sul certificato agonistico nuovamente non abbia niente, ma proprio niente a che fare con questo sport. Lo sforzo, l’impegno, la sofferenza cardiovascolare sono state (ovviamente per quel che mi riguarda) ben oltre il mio limite. Ero così stanco, spossato e maltrattato dai battiti tachicardici del mio cuore che ancora oggi, venerdì, sono convinto di essere morto da qualche giorno e che quello che vedo e sento sia frutto della mia mente alla deriva nel vuoto cosmico.

La gara!
Iscriversi è facile, basta raggiungere la partenza e poi pagare sul posto, fino a qualche minuto prima del via. Altro che preiscrizione, sorteggio e gratta e vinci.
Fosse sempre così semplice!
Il nome della competizione è tutto un programma: Maistrack, 1050 positivi in 3,5km.
Non è un inglesismo, significa mai stanco in veronese più una k che fa sempre figo.
Tre le categorie: Uomini, donne e supereroi.
Scartata la prima (per categorico rifiuto della mia parte competitiva), la seconda (perché cosciente della superiorità femminile nei miei confronti in contesti come questo) mi restava quella dei supereroi…unica scelta per riuscire a fare anche la figura del pirla al cospetto delle mie tre figlie più piccole.
Le due grandi ormai adolescenti sono per fortuna assenti e devo ammetterlo con scuse originali (ma poco convincenti): “sai papi oggi ho troppi brufoli” oppure “che peccato ma devo aiutare la nonna ottuagenaria di una mia amica a scaricare una app musicale col telefono dello zio”. La più piccola invece è così astuta da restare nascosta nella pancia della mamma, probabilmente è la più fortunata di tutte e sei. La mamma invece capisce tutto ed inoltre sopporta tutto (e se non ha ancora deciso di lasciarmi è perché o è pazza oppure l’amore lè sempre più embriago).
Scelgo un costume, ovviamente eroico, direi epico: Achille da Sparta e corro ad iscrivermi.
Dico da Sparta, e ci tengo, perché fin da subito mi ritrovo costretto a correggere i vari “ciao centurione”, “come va romano de roma”, “hey ti greco ètto perdû el esercito?” rispondendo a tutti con decisione e sguardo vagamente marziale.
Farlo in paese durante il riscaldamento è però un conto, a metà km verticale col fiato rotto e le pulsazioni fuori controllo è per me quasi un’impresa (dalla quale però non mi esimo per religioso rispetto degli accadimenti storici).
La partenza viene suddivisa in due gruppi: alle 18 gli umani, 10 minuti più tardi le donne e i pirla (i supereroi). Al via i primi del mio gruppo sembrano sparati da un cannone e coprono gli unici 300 metri sul piano come se fossero in una pista di atletica.
Il fatto che un km verticale inizi con una serie su asfalto a 3,30 min/km mi trova “un po’ impreparato” e la scontata conseguenza è che quando inizia il sentiero vero e proprio nel bosco di questa Maistrack io sono Giàstrack.
Per fortuna ci pensano le gambe delle prime concorrenti femminili a farmi dimenticare la sofferenza. Gambe che ben presto però iniziano a girare un po’ troppo velocemente per i miei gusti…più che guerriero Spartano mi sento membro dell’esercito Spartano addetto allo svuotamento delle latrine e trasporto escrementi.
Verso 500 positivi, quindi quasi a metà, ho la convinzione che ormai la gara (intesa come posizioni) sia fatta e come si suol dire “la montagna abbia messo tutti al suo posto”. Una gentile espressione che racchiude tutta la cattiveria dell’agonismo nascosto in queste manifestazioni: quelli forti davanti e gli scarsi dietro, e di superare ritirati come nelle ultra proprio non se ne parla… perché non ci sono.

john benamati maistrack summano vertical
courtesy maistrack summano vertical

Ovviamente mi sbaglio, e continuo a perdere posizioni a beneficio delle donne. Se qualcuno pensa ancora che siano rappresentanti del sesso debole si faccia un giro in una verticale, poi ne riparliamo.
La quota aumenta, e con essa la sensazione di essere in un bel guaio: il primo supereroe travestito da dottore pazzo (tal Mirco Cocco, una specie di camoscio) si è già volatilizzato da un pezzo e ormai col suo camice bianco sembra più un fantasma che altro. Il secondo, Che Guevara, probabilmente aiutato dal Rhum e dalla canapa (come integratori si intende), lo insegue fumandosi un sigaro Havana. Restiamo io e quel paraculo di Batman a giocarci la terza piazza dei pirla.
Dico paraculo perché sono sicuro che il suo recupero verso gli 800 positivi è diretta conseguenza delle alucce che nasconde sotto il mantello…
Quando mi affianca ed ha il coraggio di salutarmi capisco che uno Spartano addetto alle latrine non può nulla contro il signore della notte, lo lascio passare (assieme ad un’altra donzella), e con fatica tengo a bada l’istinto di estrarre la spada (che porto con me fin dall’inizio). Più che la spada ci vorrebbe una alabarda, magari quella spaziale di Goldrake.
Spero in cuor mio che lo sforzo lo blocchi negli ultimi 100 metri, ma invece lui accelera e sono io a rallentare…insomma la cima è vicina, ho fatto il mio record sui mille positivi (non che ci volesse molto ma almeno so che posso vantarmi con le mie figlie più piccole oppure col panettiere), e non posso far altro che alzare la spada al cielo urlando: ” Ettore, Ettore vieni fuori!!!”

john benamati maistrack summano vertical
courtesy maistrack summano vertical

Dunque, o questi non hanno visto il film Troy oppure nessuno si ricorda della scena nella quale Brad Pitt aspetta Ettore nella piazza di fronte le mura della città.
In pochi si accorgono di me, chi lo fa ha un’aria di sufficienza che mi riporta indietro nel tempo, a quando ero bambino e saltavo le scale di casa due a due pensando di essere Flash Gordon…(supereroe che per fortuna che non ho avuto la brillante idea di impersonare in questa gara).
L’unico che mi aspetta è Batman, Carlo Dalla Pozza, che grande.
Foto di rito io e lui sul cocuzzolo (foto che non riesco a trovare da nessuna parte online), e inizia la discesa. “Ma come, allora anche oggi c’è il premio?”
si, ma fuori classifica.
Ne approfitto per farmi un po’ di km in discesa, tanto per un amante delle grandi distanze cosa vuoi che sia un allenamento dopo una verticale?
Dovrebbe essere il momento nel quale torno nel mio ambiente ideale, giusto?
sbagliato.
Mi dimentico di rifocillarmi al punto ristoro e affronto con una leggerezza infantile i 7 km di pista che mi riportano in paese…
Arrivo devastato, in piena crisi idrica, forse alimentare, di sicuro mentale.
Sono uno straccio, anzi sono Semprepiùstrack per questa Maistrack,  le bambine sono annoiate (essere umano sotto i 5 anni annoiato=remissione dei peccati per i genitori in condizioni normali, figurarsi dopo una verticale), e la mia solitamente tollerante Fede ha un’espressione tra il serio e il faceto, foriera di miasmi infernali…
Vince Da Col Manuel col nuovo record della gara in 39,55…(si si, un mese prima di me)…per le donne Giulia Gallo in 54,59 (anche qui no comment). Dal Prà Marta, in stampelle e da poco vincitrice della sua lotta personale contro una grave malattia chiude in 1h e 59: Un esempio per tutti, a lei tutta la mia ammirazione. Grandissima!
Una parolina la spendo anche per il mio amico Daniele Rigon, un “vecio” come me, che però chiude con un tempo folle di 50,38. Ecco un veterano che va come un treno, e che incredibilmente non riesce a prendere premio di categoria per pochissimo…alla faccia che le verticali sono appannaggio solo dei giovanotti.
Io invece non ho più scuse, col mio 59 e rotti imbrocco l’obiettivo di star sotto l’ora…ma sono proprio scarso…un addetto alla latrina dell’esercito Spartano:
Ettore, sta pur dentro, io me ne torno a Sparta che è meglio…

john benamati maistrack summano vertical
foto fede

Cuet 37

Cuet 37 alias Comano skyrace 37 alias Ursus trail 37 alias Grande Spirito.
Ci saranno molti nomi per ricordarla, ma per quel che mi riguarda questa sarà ricordata come la Gara Sky con le lettere iniziali maiuscole.
Prendi un pugno di ragazzi fuori dall’ordinario ma professionali e preparati (i Comano Mountain Runners), una trentina di km tra i monti Trentini sopra Rango, vicino a Fiavè, dei quali dieci di creste a tutto sky di una bellezza disarmante, un centinaio di atleti iscritti mezzi matti e un gruppo nutrito di volontari da manuale e non ne può che uscire una gara, anzi la Gara, che è appunto l’eccellenza.
Facciamo un passo indietro, ad un paio di settimane fa e qualche infortunio di troppo. Dopo la mia esperienza alla Vigolana (ultra)Trail 2017 – 65km 4000+ mi ritrovai invischiato nella “rogna” da bandelletta infiammata. Sono un cane nella corsa, vedi articolo Culo pulcioso quindi citare una malattia neurodegenerativa come la rogna, tipica dei culi pulciosi, mi sembra il minimo.
Non mi dilungherò sugli esercizi, le cure e le magie alle quali bisognerebbe sottoporsi per risolvere questa infiammazione da sovraccarico, ho pronta una rubrica al riguardo appena riuscirò ad avere una visione chiara sull’argomento che forse vedrà la luce nel 2024. In tutta onestà quello che feci io in questo mese fu correre come prima fino alla comparsa dei sintomi e poi camminare, approfittando Seguir leyendo Cuet 37

Culo pulcioso

O anche personale visione sul mondo dei runners.

Eroi, super-eroi, ultra-eroi, atleti, super-atleti, ultra-atleti.
Ho sentito e letto di tutto, anche ultimamente, e con le lacrime agli occhi, spesso per il divertimento, ma a volte anche per la straziante consapevolezza che
vi è qualcosa di marcio nel cielo di Danimarca.
Cito Amleto, per dare corso ai miei sentimenti riguardo a questo argomento che tanto mi è caro.
Parliamo di corsa in montagna, trail running, ultramaratone.
La gente si sta confondendo, e parecchio.
Non mi riferisco solo a chi guarda il nostro mondo, da fuori con nutrito distacco e (forse giustificato) scetticismo, ma chi lo pratica, in qualche modo lo vive.
Escludendo i professionisti ed i semi-professionisti, che vivono di e per lo sport, abbiamo nella folla di praticanti una piccola percentuale, lo zoccolo duro
degli “iniziati”, che corre e partecipa alle ultramaratone sempre nell’ombra e per i motivi più disparati, i fantasmi come li amo definire io.
Poi abbiamo un’altra piccola percentuale, la metamorfosi genetica, l’esercito degli esseri umani subnormali, i super-eroi ultra-eroi, coloro che si sentono diversi,
e si affannano a dimostrarlo…e in ogni occasione possibile.
Il successo dei social viene anche da questa debolezza, squisitamente umana, che vede nella necessità di vedere riconosciuta la propria bravura un elemento
di continuità, una sorta di protesi del proprio ego.
Un facebook per cani non avrebbe certo successo: avessi la coda e quattro zampe pulciose il mio unico pensiero sarebbe di correre avanti e indietro alla,
chiedo licenza poetica, cazzo di cane.
Di certo non mi fermerei a reintegrare i sali minerali, controllando la tabella via internet del nutrizionista e chattando in WhatsApp con
l’allenatore personale e visto che ci siamo chiedendo consulenza allo psicologo motivazionale per questo improvviso calo di energie o voglia di continuare a correre..
Tirerei fuori la lingua bavosa e guardando il mondo con la vista annebbiata a causa della pressione sistolica troppo alta oppure i sintomi di un ictus, mi girerei
panza all’aria ad aspettare. Cosa non si sa.
Non ho mai avuto compagni quattrozampe che si lagnavano di una notte insonne, o che rifiutavano una sgroppata tra i monti per il tendine di turno infiammato.
Maya, il mio ultimo pastore tedesco, era ridotta alla quasi immobilità per una forma grave di displasia alle anche. Impiegava mezz’ora la mattina ad alzare
il culone peloso dalla cuccia, ma quando lo faceva riusciva a trascinarsi per km senza fermarsi (e senza ibuprofene).
Per lei fermarsi faceva rima con inchiodarsi. Era semplicemente vietato.
La sua ostinazione, per certi versi ammirevole, era in realtà la scontata conseguenza di non avere altre opzioni disponibili. Una volta in piedi era meglio
continuare a starci (in piedi) piuttosto che rilassare gli arti e poi ricominciare da capo tutto il programma di risollevamento.
mayaScollegava, se mai un cane da pastore ne fosse provvisto, la coscienza dal corpo, oppure semplicemente viveva il presente senza curarsi del futuro?
I cani forse non hanno percezione del domani, e questo li rende particolarmente immuni alle scuse. Il carico eccessivo di allenamento farebbe per loro parte
del passato, così come la consapevolezza di aver corso 100km l’altro ieri, l’aver dimenticato a casa le maltodestrine, il non aver seguito alla lettera il carico
dei carboidrati o l’avere i muscoli pieni di acido lattico.
Il passato è cancellato nel momento in cui lo diventa: passato.
Fantastico.
Beata ignoranza, lo dico spesso: quella dei cani è di un’immensità cosmica, quasi invidiabile.
Ora, nell’epoca delle lauree da social e dei master in facebook, bisogna invece essere esperti in tutto, per giustificare quella specie di atavico desiderio
represso di eccellere sempre, e in ogni campo, quasi fosse una necessità genetica.
Nulla può essere lasciato al caso, e quindi come super-ultra-eroi intelligenti, siamo costretti a seguire una corrente bizzarra, un fiume di idiozie specifiche creato
ad hoc da menti connesse al business dello sport (i veri beneficiari del sistema di apprendimento da social).
Nascono quindi i maratoneti il cui rendimento è proporzionale all’ossessione per gli integratori magici, oppure quelli che valutano il proprio impegno in rapporto
logaritmico rispetto al numero dei like: che sia la foto o il grafico dell’allenamento.
Schiavi, ecco quello che siamo, e ci vogliono così.
john cane lupoConosco gente che corre, corre bene, tutti i giorni e di nascosto, quasi vergognandosi.
Poi partecipano a qualche gara, magari lunghissima, che ovviamente non vincono, ma concludono bene, troppo bene rispetto ad altri super ultra mega eroi che invece
sanno solo riempirsi la bocca di scuse e bizzarre giustificazioni. Li vedi (quelli umili) all’arrivo, quasi in disparte per la vergogna, perchè pensano di
usare il proprio tempo libero facendo un’attività praticamente inutile. E’ a loro che va tutta la mia stima.
Conosco altri invece che onestamente non so cosa facciano, a parte postare imprese alle 4 di mattina per un breve periodo dell’anno e partecipare ad una
sconosciuta garetta dall’altro lato del mondo ogni tanto (in rigorosa e necessaria concomitantanza con un altro evento importante) e vantarsi,
spudoratamente ed assiduamente, per i mesi a seguire del folgorante risultato ottenuto.
Non vi è nulla di male nel motivarsi, e come in amore e in guerra tutto dovrebbe essere lecito se alla fine porta a sentirsi realizzati, ma quando la realtà
supera la fantasia verrebbe voglia di chiamare il Sacro per esorcizzare il Profano, o anche il Pronto Soccorso (con le camicie di forza).
Bizzarramente la gente comune sembra accorgersi solo di questi ultimi “campioni”, forse perchè commercialmente sono più catalogabili oppure inconsciamente considerati delle palle gonfiate e quindi più vicini alla mentalità dell’uomo pigro e fancazzista.
Mio padre però mi insegnò che il coraggio di uomo sta nel fare qualcosa di grande, e poi far di tutto per tenerlo segreto, come quel grande benefattore che
si dissangua per una buona causa ma poi sceglie di restare anonimo.
Vorrei inserirmi in questo ultimo gruppo ristretto di poveracci, ma (a parte incapace di grandi imprese) cado anch’io in tentazione, ed a volte mi risulta umanamente
impossibile evitare di postare la foto del giorno, farcita di qualche commento epico (solo per me chiaramente) della prestazione appena compiuta.
La colpa è sempre mia, o meglio dei miei ormoni, di quel segreto squilibrio endorfinico tipico del post-esercizio intenso, che ricorda vagamente il post-sbronza
con un po’ di mal di gambe aggiunto.
Tanto per fare un esempio ho appena salito il monte dietro casa marcando il mio record personale e questo mi ha portato a massacrare di stupidaggini il primo essere
vivente che ho incontrato. La zona in questione peró, essendo lontana dagli itinerari classici, non permette l’incontro con altri esseri umani e mi sono sentito
costretto ad accettare la zecca di turno sulla mia coscia (visto che era l’unico modo per vantarsi con qualcosa di vivo della mia prestazione).
Il parassita, per dover di cronaca lo ammetto, mi ha evidentemente catalogato tra gli organismi non idonei ad ospitarla, perchè si è staccata dopo pochi minuti e
se ne è andata. Se qualcuno fosse interessato posso comunque spedire per email il grafico, con le medie ed i vari recordssss personali del mio percorso…

Vigolana (ultra)Trail 2017 – 65km 4000+

La storia della mia iscrizione a questa ultra merita di essere raccontata perché è la conseguenza di una serie di coincidenze bizzarre e imprevedibili.
Tutto ebbe inizio alcuni km e mesi fa, per la precisione al km 106 della Transgrancanaria di fine febbraio. Un momento difficile, come tutti quelli che contraddistinguono un ritiro di un ultramaratoneta, conseguenza di un sovraccarico alla gamba destra poi sfociato nella mitica sindrome della bandelletta iliotibiale.
Non mi dilungherò nell’argomento, tediando il lettore con i soliti approfondimenti tecnico-infortunistico, perchè per quel che mi riguarda penso che questo genere di infortuni siano semplicemente il prezzo da pagare per continuare a correre quindi, ahimè, inevitabili.
Non me ne vogliano quindi i vari fisioterapisti, i maniaci dello squilibrio osteoarticolare o delle solette compensative. Semplicemente credo che correre tanto e Seguir leyendo Vigolana (ultra)Trail 2017 – 65km 4000+

I’gnoranti

I miei nonni vivevano nell’Ignoranza. Quella con la I grande. Erano i’gnoranti.
In cuor mio sono certo che non li sto affatto offendendo: il loro era uno status esistenziale.
La vita, o meglio l’attività, iniziava la mattina presto, all’alba, e terminava la sera tardi, al tramonto.
In mezzo vi era tempo per tutto il resto: riposo, un po’ di piacere. Tutto e tutti dipendevano dal sole e i suoi cicli.
Le notizie viaggiavano su bocca, magari via radio, quella del vicino o dell’unico bar del paese, chissà.
Era un’esistenza semplice, che definirei essenziale ma non sterile.
I miei nonni di conseguenza avevano priorità elementari, seguivano il proprio istinto e non si arrovellavano con inutili dibattiti.
Si coricavano prestissimo, subito dopo cena, e in trenta secondi dormivano.
Con la papalina in testa, la vestaglia a righe marroni e il pisciatoio sotto il letto.
Nel 2017 una simile esistenza sarebbe curiosamente analizzata, forse vietata.
Stamattina, mentre correvo, invece delle canzonette nel mio mp3 ascoltavo Marco Olmo:
le sue considerazioni sulla tecnologia e l’eccesso di informazioni sono molto profonde ed attuali.
Considerata la sua età la cosa non è poi così scontata.
E’ il mio idolo: un veterano, molto veterano, ed è un umile, molto umile.
Lui si autodefinisce un perdente. Io mi permetto di aggiungere modello: un perdente modello. Da imitare.
Quando lo ascolto, e me lo immagino, smonto completamente il mio ego e lo riposiziono sulla linea di partenza nella gara della vita: cioè sotto le scarpe.
Torno a casa, in famiglia, le mie donne mi aspettano come sempre: chi gioiosa, chi arrabbiata, chi annoiata, insomma vittime delle loro tipiche manifestazioni
così squisitamente infantili.
Beate loro: istintive ed Ignoranti, con la I grande, come i miei nonni.
Uno sguardo all’Ipad, mentre faccio colazione, e vengo invaso dalle notizie.
I mercati finanziari sono per fortuna chiusi nel week end, ma la madre dell’ignorante sembra essere sempre gravida: va di moda Trump, anzi va di moda criticare Trump.
Pensavo che un presidente di Stato meritasse un po’ di rispetto, forse mi sbaglio, il mondo è magari cambiato e se è villipendio insultare quello Italiano, anche
per strada e sottovoce, è consentito per quello americano, e pure ai quattro venti.
Un articolo recitava, a grandi linee: il declino degli usa per colpa di Donald Trump. Nessun dato a confutare l’ipotesi, nessun riferimento tecnico, niente.
Solo il titolo, da idioti, ma forse è quello che conta perchè da recenti statistiche sembra sia l’unico ad essere letto.
Per mancanza di tempo o eccesso di informazione la gente non approfondisce, si documenta in maniera approssimativa, anche su argomenti importanti o
addirittura esistenziali. Un copia incolla, il social fa il resto e le notizie, anzi i titoli delle stesse già travisate si propagano come un virus.
Forse è per questo che un omeopata diventa più importante di cinquant’anni di ricerche scientifiche sui vaccini, oppure che Trump è la causa della pessima
prestazione dei titoli bancari italiani… Personalmente: ne ho piene le palle.
Sfioro per sbaglio l’icona bianco e azzurra di Facebook, ed è come aprire un vaso di pandora:
Abbiamo amici in comune atleti, pseudo atleti, quasi atleti o per niente atleti ma che si credono di esserlo.
Ho ancora le parole cantilenate con la voce caratteristica di Marco Olmo nelle orecchie e questa accozzaglia di puttanate stride tremendamente.
Profili di allenamento, mappe di Strava, e poi record, personal best, vertical best e best the best.
Sembra di assistere agli oscar per la miglior interpretazione di Rambo, in una fanatica rincorsa all’apparenza, che troppo spesso in questo caso inganna.
Ai tempi di Marco Olmo o anche Bruno Brunod, chi si allenava per far gare di corsa veniva quasi emarginato, altro che pubblicità, questa gente usciva di casa
al buio, per la vergogna. Se fosse ancora così, mi chiedo, quanti lo farebbero?
Pur riconoscendo l’importanza della motivazione mi chiedo come la gente, per motivarsi, possa arrivare anche a prostituirsi.
Come nel ciclo del motore a scoppio la motivazione dovrebbe essere la scintilla, non il carburante, o l’aria, o tutto il resto della formula e del meccanismo.
Per questo motivo ho quasi paura a pubblicare articoli sul blog. A dire il vero non so più nemmeno perchè lo faccio.
Forse è un semplice esercizio di stile, per non perdere l’uso della lingua italiana, ora che vivo all’estero.
Oppure anch’io ho bisogno di prostituirmi.
10 bocca…25 ammorre.
Quando iniziai a correre (e anche se il passato remoto rende questo momento decisamente troppo lontano nel tempo stiamo parlando solo di quattro anni fa) cascai
anch’io in questa frebbe mediatico-atletica. Era il periodo del runtastic, una applicazione ormai scomparsa dai social ma che sembrava il motivo di vita di parecchi.
L’aspetto più inquietante era la possibilità di interazione in tempo reale da parte di altri utenti, che con i loro like avrebbero dovuto “stimolare” l’atleta
durante la sua performance. Alcuni like venivano direttamente dal ladro appostato in auto, mentre i colleghi svaligiavano tranquilli l’appartamento del proprietario
corridore. Ma questo è un altro discorso…
Poi venne Strava.
E come recitano le Sante Scritture fu come quando venne l’angelo del Signore e si sedette sotto il terebinto d’Ofra, che apparteneva a Ioas, abiezerita;
Il mondo perse i suoi riferimenti, e tutto assunse sfumature grottesche.
Ma di questo parlerò un altro giorno, ora devo controllare su pc il mio allenamento, editarlo con un programma di hacking modificando distanza e ritmo per poi
caricarlo sul mio profilo falso di Strava e far incazzare tutti i miei seguaci…

Transgrancanaria 2017

Il puntino dell’immagine qui sopra sarebbe dovuto essere un po’ più avanti, e la dicitura accanto al nome sarebbe cambiata da retirado a terminado. In spagnolo quest’ultimo termine non ricorda nulla di speciale, ma in Italiano rende bene l’idea: terminado, come lo Schwarzenegger riduceva le vittime nel film Terminator…io terminato lo ero comunque e prima dell’arrivo.
Facciamo un passo indietro…anzi un cento km e 17 ore indietro.
Puerto de Agaete, isola di Gran Canaria, linea di partenza di questa mia terza Transgrancanaria, una ultra, forse la più dura tra quelle su questa distanza per via del Seguir leyendo Transgrancanaria 2017

Poesia e patetici dintorni

A volte corro ipnotizzato dal terreno, con lo sguardo inchiodato in quell’oblò di cinquanta centimetri di diametro, posizionato esattamente un metro avanti le scarpe.
Il mondo è, a volte per ore, un caleidoscopio di sfumature con una sola zona nitida al centro.
Che sia una Metafora sull’esistenza umana oppure una similitudine con una mosca spiaccicata sul finestrino di un treno, con tanto di paesaggio evanescente sullo sfondo, non mi è ancora chiaro.
Il mio animo poetico opta per la metafora, quello scientifico per il Freccia Rossa delle ferrovie dello stato.
Scontro di personalità durante la corsa, come nella vita di tutti i giorni.
Passano i chilometri, la vista stimola ricordi che a volte giungono alla superficie, a sinistra o a destra del cervello, ma nel mio caso dipende dal credo politico più che dallo scontro tra la razionalità e l’istinto.
Così la visione bucolica vagamente erotica dell’ape su un fiore può diventare puntura, Seguir leyendo Poesia e patetici dintorni

Perchè corro. Parte uno?

Visto che non so quante parti saranno, chiamiamola parte piano.
Perchè corro. Domanda alla quale non posso rispondere immediatamente, per farlo è necessario io faccia alcuni passi indietro.
La volta che però in montagna feci qualche metro all’indietro caddi in un fosso, quindi per evitare complicazioni farò alcuni passi all’indietro, ma nel tempo.
Ho abbandonato il mio blog per circa tre mesi, precisamente dal periodo nel quale è morta mia mamma. In parte per rispetto all’etichetta, che vede nel figlio colpito dalla disgrazia un Seguir leyendo Perchè corro. Parte uno?

Trail running, ultratrail, barefoot, minimalism