Transvulcania, quinta partecipazione (e la volta che mi son cagato addosso nell’auto a noleggio).

Son cosa naturali niente di cui vergognarsi ma quando corri per ore e te la tieni (perchè ormai fermarsi a defecare anche in una ultra è semplicemente inammissibile) può succedere. Tagli il traguardo ed improvvisamente il tuo fisico si rilassa…tutto quanto intendo e non vi è nulla di male, anzi, ma i muscoli dello sfintere…con quelli sono affari tuoi il cercare la soluzione più pratica ma soprattutto rapida mentre le tue viscere, assolvendo egregiamente il proprio compito,  trascurano il fatto che ti trovi all’arrivo della Transvulcania in mezzo a un migliaio di persone.

Cagarsi addosso non è nelle mie priorità anche se da un lato un certo senso di invidia nei confronti di mia figlia di 18 mesi persiste lo riconosco, sempre a proprio agio, anzi quasi più felice, col suo pannolino colmo fino all’orlo e gocciolante…

La fredda cronaca di questa mia quinta partecipazione non è niente di speciale, a parte l’epilogo. Andata e ritorno in aereo da Tenerife per La Palma in 24 ore (col rischio di arrivare tardi alla ritirata dorsali la partenza e di perdere il volo al ritorno) macchina in affitto che fa anche da albergo (e cesso) per la “notte” prima della partenza, giretto per i monti di La Palma di 74,5km e 4300+ di gara in compagnia di circa 1400 pirla. Una tappa insomma, tra le tante, di preparazione al Tor di settembre che ho intenzione di fare ma che non ho la più pallida idea di come…e si vede. Mi presento così “in carico”: gambe dure e legnose, dolori vari, macanza di sonno: alla fine complicazioni che considero dei vantaggi quindi sia mai che alla vigilia della bluetrail, mia prossima ultra in programma tra meno di un mese, io non mi tiri anche una bella martellata sui maroni.

La cacca però è tutta una storia a parte, livella le differenze sociali, rende tutti uguali (anche il Papa e Donald Trump la fanno) ma se non ti scappa non vi è molto da fare, spingi spingi fino a farti venire il mal di testa ma dallo sfintere rischi solo che escano le emorroidi. Così lasci perdere, non ci pensi più e corri (io), oppure preghi e/o mandi tweet scemi (gli altri due).

Ogni tanto ti parte una scoreggia foriera di miasmi infernali, magari proprio nella prima salitina dove ci si ritrova in colonna e tutti appiccicati, modello faccia contro culo per intenderci e visto che fermarsi a defecare proprio non se ne parla non resta altro da fare che “intanfare” l’aria salubre della montagna come un camion della monnezza che ha smarrito la rotta. Al riguardo: avete mai visto qualche campione arrivare nelle posizioni alte della classifica con le braghe imbrattate? beh non è caduto in dicesa nel fango come vorrebbe insinuare…

La gara intanto va avanti e i soliti problemi si susseguono sostituendo le impellenze fisiologiche. Il cervello semplicemente è occupato con questioni prettamente legate alla sopravvivenza: a questo ritmo, senza bere, meglio svenire o indurre il pirla a rallentare procurando allucinazioni a sfondo mistico? Cagarsi addosso potrebbe alleviare la tensione sui quadricipiti? E se si meglio molla tipo gastroenterite oppure dura alla stronzo di acciaio? Avanti cosi per quasi 11 ore quindi, tra alti bassi e visioni di tazze del cesso immacolate in marmo di carrara.

Poi, come per i debiti, il tempo per saldare il conto arriva sempre, ed è quando tagli il traguardo e permetti al corpo di rilassarsi. A quel punto il cervello reagisce al cambiamento attivando le funzioni secondarie: sonno, cacca, pipì che arrivano inevitabilmente tutte insieme.

Dopo 10h e 49 minuti di gara, 74,5km e 4300+ mi ritrovo così a correre nuovamente verso l’auto/albergo in affitto con l’intenzione di recuperare tutto l’occorrente per la doccia e togliermi il peso dalle viscere in tutta calma seduto su un cesso normale. Entro in auto, mi siedo per aprire lo zaino e si…causa una scoreggia mal controllata, detta in gergo “sporca”, mi cago in braghe. Parte del prodotto fecale fuoriesce dai pantaloncini da corsa e sporca elegantemente la tapezzeria di questa Opel Astra Sw quasi nuova e ovviamente (essendo di un rent a car) immacolata.

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Io che sognavo di defecare in un cesso immacolato finisco per inzozzare un’auto immacolata, sembra un’allegoria ma è solo un dato di fatto. Pulisco alla belle e meglio la tappezzeria grigia e nera in tessuto Opel (con quella texture caratteristica che ricorda la moquette degli aerei di linea degli anni 80) e termino la produzione fecale in un sacchettino delle immondizie color lilla (di quelli già profumati che dovrebbero mascherare gli odori ma che secondo me non funzionano assolutamente). Per togliere l’insistente puzza tento con il Dove deodorante ascellare, ma l’unico risultato che ottengo è che ora il sedile puzza di ascella e tutto l’abitacolo ricorda un’enorme cagata.

L’auto viene invasa istantaneamente da un nugolo di mosche, in un paese dove penso non ne abbiano mai viste, ma si sa l’occasione rende l’insetto avido…o forse era il politico? vabeh altra medaglia finisher, un sacco di esperienze nuove, avanti in direzione Tor e che la Bolton Group (la proprietaria del marcio wcnet) me la mandi buona.

Ps solo su richiesta e privatamente posso comunicare a chi la ritenesse un’informazione utile in previsione di una vacanza alle Canarie il nome del rent a car e la targa dell’auto…

Direzione Tor des Géants

Ebbene si, ci metto la faccia questa volta.

Non ho l’abitudine di condividere le mie iscrizioni con i social, chi mi conosce sa che io non sono un tipo da foto col pettorale il giorno prima della gara. Mi piace la riservatezza, starsene nell’ombra è un  po’ la mia caratteristica principale…ma questa volta l’ho combinata grossa e penso che se non lo spiattello ai quattro venti col cavolo che mi presento a settembre in quel di Courmayeur.

Diciamoci la verità: 330km, 24.000 metri positivi per tutta la val d’aosta, su e giu per i massicci del Monte Bianco, Monte Rosa, Monte Nero (non esiste ancora ma ho la vaga impressione che lo troverò) con passaggi in quota a più di tremila metri. Una gara non stop, per intenderci una di quelle che se ti fermi a mangiare o svieni nel bosco il cronometro non si ferma. Altro che gare a tappe, qui finchè non arrivi sei sempre in lotta con il tempo. Come direbbe mia mamma la vedo grìsa: la vedo grigia, che alla romana rende più l’idea: mò so cazzi tua.

Hai voglia ad allenare tutti i giorni alla Marco Olmo, il mio idolo indiscusso, il Tor. Il problema maggiore in una ultra, soprattutto se lunghissima, è la testa, non il fisico: quello tanto cede prima o poi. Con un paio di ore quotidiane mantieni un buon stato di endurance, ma quel coso grigio che sta tra le mie orecchie è stato inventato dal Creatore per mantermi in vita…e ho i miei dubbi riuscirò ad ingannarlo tanto facilmente.

Si chiama istinto di sopravvivenza, ed è il leader indiscusso nelle situazioni complicate. Funziona più o meno così: sono a disagio, adesso faccio rallentare questo imbecille prima che faccia danni all’organismo, ho pronti attacchi di panico, vertigini, incubi, allucinazioni, crisi glicemiche, diarrea, vomito, eruzioni cutanee, dolori mestruali (si, anche se uomo) e via discorrendo. Ragionare con lui sarà come andare da uno psicoanalista ubriaco.

Il mio “programma di allenamento”, mai avuto uno in mia vita e non di certo inizierò ora, si baserà quindi sull’ignoranza applicata, frutto dell’esperienza UTMB 2018 (e la verità su me ultra…pirla) dell’anno scorso. 6 ultra in 2 mesi, in qualunque condizione e sopportando qualsiasi sensazione. Rigorosamente con le Inov8 e come sempre senza calze e senza ibuprofene. #runningwithoutsocks. #runningwithoutibuprofen. Valenza scentifica: nessuna.

Programma 2019 Tor degli Ignoranti by Jb già iniziato:

28/02 Transgrancanaria 128km 7500+ in 20h:55:50

31/03 Trail de Vilaflor 40km 2100+ in 04h:35:50

11/04 Skygrancanaria 73km 5300+ in 10h:50:40

Inutile nascondere l’evidenza Johnny, qualunque cosa farai da qui a settembre sarà in preparazione al Tor, anche passare la notte insonne perchè non riesci a compilare la dichiarazione dei redditi, oppure tenersi per ore la cacca perchè sei al centro commerciale. La situazione è anche paradossale, se vai lento e male in una gara puoi sempre dire che era voluto, in quanto di “allenamento” per il Tor. Va di moda così…

Ps il parlare di se in terza persona è conseguenza normale dei km gionalieri.

UTMB 2018 (e la verità su me ultra…pirla)

Si, lo so cosa starete pensando:
ormai è roba vecchia, la Utmb si disputa a fine agosto e questo pirla arriva con la sua storiella sotto Natale.
Mancherà di argomenti oppure è troppo occupato a rifare il bagno di casa?
La realtà è che questa volta, si può dire per la prima volta da quando tengo questo blog, ho aspettato volutamente alcuni mesi prima di riportare le mie impressioni, convinto che finalmente non sarebbero state condizionate dalla tempesta ormonale tipica del post gara.
Si perchè puoi essere di natura realista e critica quanto vuoi, ma nei giorni successivi ad una ultramaratona di 100 miglia i tuoi ricordi e le tue sensazioni sono incasinate come solo lo può essere la teoria della relatività per il tuo cane.
Rileggendo alcuni mie vecchi racconti c’è da vergognarsi, per il vago senso di onnipotenza e superiorità che trasuda da essi, quasi cantassi le gesta di guerrieri Greci in lotta contro l’invasore persiano.
utmb7Frasi come “distrutto dalla stanchezza, proseguo nella notte oscura” oppure “incapace di correre con le gambe, lo faccio col cuore” e altre stronzate simili…diciamoci la verità, e consentite la franchezza squisitamente volgare…ma nessuno mi obbliga a farlo, tantomeno se poi me la passo veramente male.
E’ una libera scelta, di stile di vita se vogliamo, ma ovviamente consapevole e quindi nella fattispecie inutile perchè fine solo a se stessa.
Esattamente come un attacco di emorroidi.
Per quelle però almeno una soluzione c’è e si chiama preparazione H, una cremina da applicare tra le chiappe, che se sei omosessuale hai pure il vantaggio di poterla mettere con tutto il tubo… ma per le ultra…quando inizi a farne una e rimani vittima della “tempesta” sei fregato.
Nessuna cremina da farsi strofinare sul/nel deretano.
La prima inevitabile conseguenza è a carico dei famigliari, che si vedono costretti a ore di interminabili racconti, vere e proprie ultramaratone di monolitici e monotematici monologhi che di solito superano in modo algoritmico la lunghezza della gara stessa e che cadono inevitabilmente all’ora di cena…quindi le quasi 32 ore della mia Utmb di fine agosto potrebbero teoricamente accompagnare, disturbandola, la digestione delle mie figlie fino a Pasqua. Considerando poi le cinque ultra in sei settimane fatte quest’estate proprio in preparazione della Utmb, le mie donne potrebbero senz’altro e a buon diritto entrare nel club dei perseguitati.
Poi tocca agli amici, i miei per fortuna mi vedono poco perchè vivo da eremita su un’isola  lontana (Tenerife) e a 1400 di quota (nei boschi del Teide).
Infine io ho un cane…e quello, visto che è provato scientificamente sia l’essere vivente più tollerante in natura, è invece suo malgrado l’eletto a rivestire il ruolo di vittima sacrificale.
Il mio poi ha uno sguardo tutto suo, un miscuglio tra il martire del mese e il politico trombato che lo rendono concettualmente un caso a se stante.
Ma passiamo ad altro, anzi torniamo all’Utmb (ma senza spunti eroici).
utmb5171 km, quasi 11000 positivi, 2650 iscritti, tre nazioni da attraversare, un sacco di cime e passi da superare e un repertorio di bestemmie da riscoprire.
Fondamentalmente è questo il giro del Monte Bianco, più o meno.
Per partecipare devi aver concluso altre ultramaratone riconosciute dall’itra, l’organizzazione mondiale dell’ultra running, e collezionare i punti necessari. Ciononostante ogni anno le preiscrizioni superano di tre volte i pettorali disponibili…insomma, riepilogando, oltre ad essere idiota iscriversi (parlo della gente normale come me chiaramente e non dei professionisti) è anche difficile farsi selezionare. Qui entriamo nel campo oscuro delle ossessioni, argomento più da psichiatria che da blog, quindi lasciamo perdere.
utmb0Tipicamente il gasamento Utmb inizia il giorno stesso della preiscrizione a forza di hashtag uno più cretino dell’altro: #SenzaPaura #PossoFarcela e l’immancabile, anche se obsoleto, #NoPainNoGain (elenco di hashtag destinato inevitabilmente a crescere in caso di sorteggio positivo #PizzeriaCaminetto #SonoFicoSoloIo #AutotrasportiDaNereoIlTroione). Tutto bello e oggettivamente divertente, se non fosse che inizia ai primi di gennaio e termina praticamente a settembre. Se consideriamo poi che il postgara, per alcuni traumatico quanto il post mega sbornia dei 18 anni o della prima scopata, dura all’incirca tre mesi, possiamo tranquillamente asserire che chi partecipa alla Utmb (ma anche ad altre gare simili) rompe le palle al mondo che lo circonda un anno intero.
Poi arriva l’mmediato pregara, quello degli ultimi giorni precedenti al Grande Appuntamento. Queste sono le ore che noi dilettanti, a differenza dei professionisti, utilizziamo per vanificare tutti gli sforzi fatti precedentemente.
Gente che finisce in chirurgia per essersi fatta esplodere un paio di ernie dopo aver passato l’aspirapolvere, oppure dall’endocrinologo per eccesso di carico di carboidrati o infine come me al prontosoccorso per una puntura di un calabrone…
utmba

Forse è troppo.
La gara parte (e arriva) fin dalla notte dei tempi quando ancora si chiamava giro del Bianco e non se la cagava nessuno, da Chamonix. Personalmente non sarei mai andato in questo paesino francese, e come me chissà quanti altri, troppo caro e troppo à la mode se non ne fossi stato “costretto”. Ma così va il mondo, e se anche preferisco andare a trovare i miei amici Comano Mountain Runners a Ponte Arche devo comunque fare la Utmb e non ho molte alternative.
A tre mesi di distanza conservo solo dei flash di queste 31 ore e 42 minuti:
Io che mi bagno sotto la pioggia in partenza e penso sia veramente da idioti fare 171km di montagna in quelle condizioni, io che faccio la diarrea a Courmayeur, circa a metà gara, e quasi non riesco più ad alzarmi dal cesso, io che invento bestemmie nuove, io che vaneggio filmandomi con la mia inseparabile sportcam e lascio testamenti ai posteri.
Nient’altro.
Nessun senso di onnipotenza e di titubante divinità, quelle sono scomparse con gli ormoni del post gara.

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Ora il solo iscrivermi alle garette locali (che quando vanno male è lecito identificare come “di allenamento”) mi riempie di paura e di un vago senso di impotenza della serie:
fare la Utmb da questo punto di vista non è servito a un benemerito cazzo.
Negli sguardi di chi mi supera in salita nelle gare corte e veloci (ormai tutte quelle sotto le sette ore) vedo dipinta la stessa espressione, che sinapsticamente riporta alla domanda:
ma veramente tu sei arrivato 169 su 2650 alla Utmb?
In quale punto del percorso hai fatto auto-stop?
Ma qualcosa dentro di me mi invita a guardare e passare oltre, più che Virgilio penso sia il mio ego, quel paraculo opportunista che alberga in qualche angolo remoto del mio spirito.
Ho trovato quindi il mio io alla Utmb?
Si, forse, ma quando l’ho intravisto mi stava talmente sulle palle che ho fatto finta di niente.
E poi se en è andato senza salutarmi, il mona.
#NonHoCorsoConLeGambe #HoCorsoColCulo #PreparazioneHeNonTiEscePiuLaCacca

ps tra pochi giorni escono le preiscrizioni per una garetta a Chamonix Mont Blanc a fine agosto 2019, è un po’ difficile farsi sorteggiare però quasi quasi…senza dire niente a nessuno ci provo dai, poi si vedrà, come si chiama…UT qualcosa…

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Santacruz extreme maratón

49,1km 3602+ 8h22m (estos son mis datos)

Estoy en el km 40 y más de 7 horas de carrera, bajando por un barranco y con las piernas destrozadas.

Acabo de caerme y cortarme otra vez la rodilla, la izquierda siempre esa. Las uñas (las que todavía están pegadas) duelen…

Suena el movil, contesto, es mi mujer qué con cariño me dice:

“cielo, pensaba qué te habías apuntado a un maratón pero estas tardando como en una ultra. Mejor si te das prisa porqué las nenas te necesitan…”

Es verdad, un entrenador siempre sabe como empujar sus atletas.

“Gracias mi amor, la próxima vez que hablaré de esta carrera córtame l.la lengua por favor”.

Damos un paseito atrás: sabía qué esta carrera era dura, y para mi qué supuestamente soy bueno con los números era suficiente fijarse en dos. Sí porque son dos los aspectos aritméticos que tendría que haber tenido en cuenta: menos de 50km y más de 3500+ significa algo o no?

Idiota.

Si era un entreno de calidad lo qué estaba buscando, he elegido bien no cabe duda.

No voy hablar sobre el aspecto agonistico de la carrera, por mi parte no había alguno. Simplemente ha sido 1/3 del dia mas largo de los últimos meses.

El mantra que iba repitiéndome minuto tras minuto era: paro o no paro, y si no paro voy a pasar los cortes? seguro qué he conseguido hacer la Utmb en menos de 32 horas? porqué por lo qué veo hoy, quizás he vivido en una película de ciencia ficción.

Voy a dar la gracias a Silvia Perez, que me regaló un sobre de agua de mar (si si, estoy casi seguro que se trataba de esto), y que funcionó. Yo no llevaba sales ni magnesio, el pronóstico marcaba lluvia y yo nunca me deshidrato verdad?

Si no fuera para ella…

Dejo hablar a las fotos. Mi cara lo dice todo.

Normalmente cuando llego a meta me encuentro mejor qué en la salida. Eso me pasa en casi todas las ultra qué hago, pero esta vez, cuando Angel Yuste me pregunta si me ha gustado el recorrido casi no tengo palabras…si, no, no sé…de verdad no me he mirado mucho alrededor, toda mi atención iba en el interior…

Tengo bonitos recuerdos, bueno, uno (el asfalto del último km) y otros qué confirman que cuando estás cansado prometes tonterías, (he dicho a Miguelito qué voy hacer la kvertical en cholas).

De eso hablaremos…

Comano Ursus ultra 58km

2016, 2017, 2018.
Quando sei alla terza partecipazione su tre edizioni si dice che sei un senatore.
Personalmente questo termine non mi piace, a causa di quel risvolto politico-parassito-paraculo che riesce a evocare un ambiente insano tipo coltura di retrovirus in laboratorio segreto mortale, ma per questa volta violerò la regola accontentando il mio Ego smisurato: sono un senatore!
Di politici (veri) ne conosco pochissimi, quasi tutti “sgionfi” per le innumerevoli cene e bevute a scrocco (consideriamolo una controindicazione, sacrosanta, dell’accumulare consensi e potere). Parassiti qualcuno in più, specialmente i vermi intestinali dei bambini, i pèoci e le zecche.
Tutta questa “roba” non la troverete mai alla Cuet, quindi si può dire che l’ambiente dei Comano è “intatto”, e questo non è poco di questi tempi.
Mi inscrivo alla 58km un minuto dopo l’apertura delle iscrizioni, alcuni mesi or sono, neanche fosse la lotteria per il sorteggio della Western States.
Lo faccio di getto, en passant, quasi senza riflettere, un po’ perchè i Comano sono un gruppo forte, di quelli che per usare il vocabolario paninaro anni ’80, ti acchiappano, son troooppo forti e un po’ perchè le Creste (le gréste en dialèt trentín) mi terrorizzano e affascinano allo stesso tempo. (Avevo anche appena ottenuto un rimborso da Amazon sulla carta di credito e non sapevo come spenderlo, ed ero quindi vittima delle dopamine da consumatore seriale…ma questo è un’altro discorso).
Con le “gréste” già dal 2016 è stato per me odio e amore, passione e dolore.
Ripercorrere i punti pericolosi del tracciato per me è un viaggio psicologico, quasi mistico. Un’esperienza trascendentale alla quale non posso sottrarmi…o forse semplicemente ho voglia di correre ancora lassù: datemi un paio di scarpe.
Ripensandoci ora, col senno di poi, appare come già in primavera il mio subconscio avesse ideato questo subdolo programma di allenamento CdC, vedi articolo sul  Troi degli Sciamani (Fregona trail fest), a mia completa insaputa.
CdC: Cazzo di Cane, un piano di allenamento protetto da copyright, quindi nella condizione legale al giorno d’oggi necessaria per evitarne il plagio (avete presente il proliferare delle varie diete detox unite a sessioni allenanti bizzarre? 3 kg al minuto con 5 minuti di allenamento al mese?).
Soltanto che il mio copyright serve a tutelare le persone normali dal programma e non il contrario.
Dicesi allenaento CdC quello senza regole, senza programmazione e probabilmente senza senso (oltre che risultati) ma che mi ha consentito/costretto a fare 5 ultramaratone in 6 settimane con risultati dignitosi, nel senso che riesco ancora ad alzarmi dal letto la mattina e per andare al bagno non ho bisogno della badante.
Sono certezze che danno soddisfazioni anche queste.

Cose nuove da raccontare sulla Cuet, che non abbia già scritto negli anni scorsi vedi articolo del 2016 Comano Ursus Extreme Trail (ultrasky) C.U.E.T. e 2017 Cuet 37 non ne ho. Quest’anno però per scaramanzia mi presento accompagnato da moglie e bambine, iscritte ed entusiaste di correre il minitrail. Tutto il resto è un copione già scritto ma piacevole da rivivere, testamento riveduto e corretto incluso. (Ogni anno mi presento con una figlia in più quindi devo aggiornare i miei lasciti…)
L’unico che mi manca, e continuerò a ripeterlo all’infinito, è rivedere il presidente dei Comano Mountain Runners vestito da Wallace (il guerriero indipendentista, il Bossi scozzese per capirci) sul cavallo incitare i concorrenti alla partenza.john benamati cuet 58km
Apro una doverosa parentesi riallacciandomi al tema politico: ogni ultra per me è sempre stato un viaggio “indipendente” e autonomo, come il Trentino, con i suoi misteri e incertezze. Non so mai per esempio quale sia il ritmo da tenere nei primi km per riuscire ad arrivare al traguardo ancora integro e capace di intendere e di volere.
Grazie al CdC questo aspetto inquietante è accantonato. Sto talmente di schifo già da subito che non ho bisogno di affrontare il dilemma: semplicemente mi trascino già dalla partenza come se fossi al quarantesimo km, e da buon somaro guardo solo i miei piedi e cerco di avanzare…
Funziona. Perlomeno apparentemente.
I forti, quelli da top 10, se ne vanno via subito: non faccio nemmeno lo sforzo di accellerare, anzi non faccio nemmeno lo sforzo di pensare di farlo…le gambe non girano quindi tanto vale risparmiare energie mentali con inutili divagazioni.
Mi ritrovo ben presto in un gruppetto di quattro corridori, che fatico a mantenere a portata di conversazione (dicesi di quella condizione durante una gara quando per rispondere ad una semplice domanda tipo come va? Rispondi “n’sóma” e ti ci vogliono venti minuti per riprenderti, tipo Everest quota zona della morte). Ascolto tanto, parlo poco, penso ancora meno e perdo terreno in salita, ma riguadagno qualcosa in discesa: riepilogando in qualche maniera resto agganciato a loro per una ventina di km.gruppetto 4 john benamati cuet 58km
Sono due uomini Mauro Benetti dei Comano, l’altro non me ne voglia ma ero talmente stanco da non ricordarne nemmeno le scarpe (e questo è tutto dire per un runner) e una donna Giuliana Gionghi, la stessa che nel 2016 confusi per la moglie del sindaco di Fiavè (se passate da quelle parti vi consiglio di evitare dire che siete miei amici o che mi conoscete).
Una donna dunque, forse la più forte del nostro gruppetto, e già il mio quinto senso e mezzo (come quello di Dylan Dog) predice l’ovvio futuro, conseguenza scontata del mio presente (vivere in una famiglia di tante e sole donne insegna qualcosa).john e giuliana nella cuet 58km
Stacco nuovamente in una discesa tecnica nei boschetti il gruppetto, ma vedo ricomparire Giuliana assieme ad un solo uomo, l’altro ha rallentato. Riprovo ancora e lei sempre li, si ripresenta subito dopo.
Allungo considerevolmente (credo) nei pochi km di pista forestale nel monte prima di passo Ballino, a circa metà percorso, e arrivo al ristoro in piacevole solitudine.
Una volontaria, che mi conosce per nome e si ricorda delle mie prodezze sopra i 2000 metri mi urla in trentino stretto: tòi el John! òcio alla gréste!
Che bei momenti, per fortuna sono mezzo trentino e capisco la lingua.
La simpatica salita da 1400 metri di dislivello sotto il sole dopo passo Ballino sembra una via Crucis: pensi all’acqua, brami l’acqua, ti manca l’acqua, poi ti giri cercandola (l’acqua) e la vedi lontana, piccola piccola sui suoi bastoncini, l’acqua? no: Giuliana, da sola e in rapido avvicinamento nella sua tenuta della Sportiva.
Dopo un po’ arriva, mi supera e se ne va…(mi ha bevuto in 3 minuti, proprio come si fa con l’acqua).
2018-08-05 14_38_50-VLC (Direct3D11 output)Però conosco il percorso, e so che terminato questo eterno tratto sulle creste, che sembra disegnato dal diavolo in persona (o perlomeno da Dante), l’ultima discesa si addice alle mie (poche) caratteristiche e forse posso riprenderla. Delle Creste vi lascio un po’ di foto che rendono l’idea meglio di mille parole:

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Apro una doverosa parentesi su chi non conosce le donne ultratrailer, e che pensa che il sesso debole lo sia veramente…queste donne sono dei demoni che sanno sfruttare il vantaggio biologico che Madre Natura ha dato loro. Altro che deboli.
Non mollano mai, mai mai mai.
Ultimo ristoro, in una malga, arriviamo insieme, mangio tutte le banane nel piatto (per avere un vantaggio diciamo minerale) e ripartiamo insieme. Il momento è propizio per far due calcoli: mancano 6 o 7 km e siamo a 9 ore e 30 di gara…abbiamo circa mezz’ora per arrivare a Rango per restare sotto le 10 ore.
Onestamente non ero partito con questo obiettivo. A dirla tutta non che avessi un qualche obiettivo degno del nome stamattina: a parte quello di fare un test sulla mia resistenza (o deficienza che fa anche rima).
Inizio ad accellerare e mi accorgo quasi subito che Giuliana, vuoi per i bastoncini che tanto la aiutavano in salita e che ora le sono di ostacolo oppure semplicemente perchè non le piace questo terreno, rimane indietro.
Sto per chiedermi se val la pena spingere sul serio che lei mi urla:
Vai, vai!
Le donne hanno sempre le parole giuste al momento giusto.
Decido di provarci, (non con lei, ma ad arrivare prima) anche se non ricordo bene cosa ci sia più avanti. Quanta pista corribile? Quale trabocchetto negli ultimi 500 metri questa volta?
Vado alla…CdC? Si.
Come sia in grado di correre a 4 minuti al km è un mistero che non ho ancora risolto.
A distanza di giorni, cercando di recuperare disperatamente per la mia prossima ultra di fine agosto, giuro che resto dell’idea originale: è un enigma nel mistero. Stamattina, accelerando al massimo non scendevo sotto i 5.
Forza della volontà? Ormoni da ultramaratona? Febbre dell’arrivo? Adrenalina della competizione? Invasione degli ultracorpi?

09:58 e qualcosa…11 overall…missione compiuta: mi sgonfio sul selciato come un pupazzo attaccato all’albero di Natale. Forse l’ultimo tratto è da Strava (dei poveri si intende, i primi vanno a quel ritmo sempre) ma non ho l’account…nemmeno l’applicazione, i giga per scaricarla, lo spazio per installarla e la voglia…alla Fantozzi dai: secondo me Strava…è una cagata pazzesca (ma anche questo è un altro discorso).
Aspetto doverosamente Giuliana che arriva in 10:03…ufffffff che pelo e che grande prestazione la sua, prima classificata!descarga
Intanto Marco…Presidente dei Comano…mi fa domande bizzarre: come faccio mi chiede guardandomi come fa il veterinario con l’asino in fin di vita dell’amico contadino.
“Ciappa” el caval e vestiti da Wallace, vedrai che la prossima volta ti seguiamo tutti anche sull’Everest.

Photos courtesy Comano Mountain Runners e Samuele Guetti fotografo

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Troi degli Sciamani (Fregona trail fest)

Sarà per il nome, sarà perchè il mio programma di allenamento lo prevede, sarà perchè le iscrizioni sono ancora aperte…ma non partecipare al Troi degli sciamani una settimana dopo la Olympus Mythical Trail è fuori discussione.
Andiamo per gradi, in questo caso tanti gradi…come quelli del Fernet Branca, che in occasioni come questa aiuta non poco.
Partiamo quindi dal programma di allenamento CDC.
Non credo si trovi su internet, tantomeno sui libri, forse in qualche manualetto dell’ex germania est chissà.
Dicesi programma CdC, o Cazzo di Cane, il carico di lavoro senza senso, teoria e logica alcuna.
Nient’altro.

troi degli sciamani john benamati pregara
Affascinante nella sua semplicità il CdC rappresenta probabilmente in pochi concetti il mio modo di correre la montagna (e magari anche di vivere): sto bene (vado), sto meno bene (vado, ma un po’ più lento), sto male mi fermo a riposare (perchè faccio schifo). Scienza allo stato puro quindi.
Ricordo che quando iniziai a correre un mio amico fisioterapista mi redarguì sui miei tempi di recupero bizzarri. Lui, da ex triatleta, consigliava uno stop di 6 mesi dopo ogni ultra, infatti ora che sono arrivato a farne due in una settimana non risponde nemmeno più alle mie telefonate.

sciamani

Sono le 22:30, mollato dalla mia consorte nella piazza del campanile di Fregona, che mezza addormentata e ancora provata dal viaggio in Grecia non voleva far altro che andarsene a nanna (gestire quattro pupe delle quali una neonata può essere a volte stressante).
La partenza della gara è prevista per le 23:00, guardo in su verso le montagne e il temporale che imperversa da un po’ e mi rendo conto che non ho la più pallida idea di come andrà a finire. Il casino meteorologico è nella mia testa oltre che sulle cime.
Un tizio mi si avvicina e mi chiede in quanto tempo penso di terminare. Rifletto  giungo alla conclusione che sia sempre estremamente commovente incontrare uno sconosciuto con le sue domande misteriose: ricorda i tempi dell’istituto tecnico e la prof di fisica…

Partiamo, per fortuna il ritmo è umano, mi accodo ad un gruppetto verso la ventesima posizione e smetto di pensare. Uno dei pilastri del programma CdC è questo: lasciare i ragionamenti a casa, disattivare i ricordi, anestetizzare la ragione.
Quanto intelligente questa strategia possa essere non so, però a volte funziona. Altre invece è un fallimento totale, completo, da non far più nascere altre idee…tipo l’erba dopo il passaggio di Attila per capirci.
Saliamo la prima lunga rampa verso i 1300 e circa 10km di gara sotto una pioggerellina fantastica, oserei definire ristoratrice. Ho la giacca stormshell dell’Inov e anche una maglia termica nello zaino, infatti per non aver sorprese sono andato oltre il materiale obbligatorio, e questo per un minimalista fanatico come me è quasi il colmo ma non indosso nulla. Mi pavoneggio nell’arroganza di essere sopravvissuto al monte Olimpo…per ora mi va di culo.
La salita scorre relativamente veloce e mi illude (come sempre): sono stato così efficente nell’aver disattivato la mente che anche il senso delle proporzioni ne risulta affettato.

Antico-Troi-degli-Sciamani

I miei due neuroni da corsa, cip e ciop, litigano nel frattempo su chi o cosa debba fare qualcosa per fermarmi. Attacco di panico? Claustrofobia? Invasione di ultracorpi? Qualcosa sicuramente succederà basta avere pazienza, e in una ultra la pazienza è la virtù di tutti, non solo dei forti o di chi ha tempo libero.
Intanto tra discese tecniche in single track nei boschetti (con una sola caduta) e un po’ di pista veloce e correvole arrivo al ristoro del km 22 in Valmenera. Un quarto di gara.
Penso sempre sia un errore ragionare in termini matematici, quando ancora manca un sacco alla fine di una ultra, ma mi viene quasi spontaneo, anzi, direi che la mia mente ad un certo punto si converte autonomamente in un diabolico navigatore di ultima generazione, capace solo di vomitare dati, proiezioni, stime, medie…numeri che poi si dimostrano scentificamente errati ovviamente.
Credo si tratti di uno degli effetti collaterali dell’allenamento CdC, ma non riuscire a trovare il pulsante off e doversi fare tredici ore di gara in compagnia del pilota automatico dell’aereo più pazzo del mondo può risultare frustrante.
I passaggi nella foresta incantata degli Sciamani si trasformano in tentativi goffi di guado perchè il fango arriva a volte alle caviglie e io che non uso le calze obbligo i miei piedi a dei trattamenti di bellezza (ovviamente inclusi nel prezzo dell’iscrizione). Ringrazio l’organizzazione per questo riguardo particolare alla cura estetica degli iscritti.

troi degli sciamani john benamati
courtesy fregona trail fest

Seconda “salitina” e mi vedo superato dalla prima donna, Elisabetta Mazzocco, un demonio a quattro ruote motrici che restando in tema motociclistico mi toglie la vernice dallo zaino. La lascio andare, tanto io sono ormai rassegnato a vivere in una famiglia di sole donne, e ne riconosco la superiorità, (di conseguenza so perdere con onore). L’episodio mi rammenta le mie figliole, che ora stanno dormendo il sonno dei giusti dopo aver corso il minitrail della Fregona trail fest. Una manifestazione fantastica che avrebbe solo bisogno di un briefing pre gara, ma non per i bambini: per quei sciroppati di genitori!
Questo pomeriggio infatti ho assistito a scene deliranti, tipo madre (fuoriforma) sgridare bambino stanco seduto sul sasso a metà percorso perchè: “arrivi ultimo, vergognati!”. Mah…

Altro ristoro, fornitissimo come gli altri di ogni ben di Dio, sono in semi crisi permanente, zuccheri semplici o complessi? il volontario mi offre un panino con la soppressa: zio treno sono vegetariano cosa faccio? fingo sia seitan e mando giù il boccone succulento ricco di grassi a lenta assimilazione? Stendo un velo di mistero sulla decisione finale…
Rifugio Semenza, km43, metà gara e punto più alto raggiunto. L’allenamento CdC continua anche a 2000 metri, il mio altimetro personale me lo segnala all’istante, e da buon pilota automatico mi tempesta con i suoi too high, too high…
Ok fuori i flap e scendiamo di quota prima di andare in stallo.
La “discesetta” (dopo la “salitinia” mi piace chiamarla così) è dolce e invitante, le gambe funzionano a meraviglia e io con passo leggiadro riesco a scivolare a valle con leggerezza e facilità in un contesto bucolico.
Tutte balle.
I km si fanno eterni, ogni sasso litiga con le mie caviglie e le radici delle piante acquistano vita propria e sembrano sempre di più quelle del film La Casa. Come se non bastasse, all’improvviso si materializza un tizio dietro di me, che lentamente si avvicina spietato, so che è un concorrente ma cerco di convincermi che in realtà sia un fantasma. Molto meglio.

60, 70km e inizia l’ultima difficoltà oggettiva del percorso, una salita che faccio seguendo da vicino due cavalieri. Giuro, non sto delirando, due tizi su due cavalli.
I quadrupedi ne sanno qualcosa in più di me sulla montagna, e il loro incedere sicuro e regolare non ha nulla a che vedere col mio. Sembro una lumaca ubriaca, e infatti vedo la mia velocità verticale calare tragicamente.
Il fantasma intanto si avvicina minacciosamente e assume sembianze vagamente umane, di corridore che sta per superarti per esempio, era meglio un morto vivente…
Smarrisco la fiducia nell’allenamento CdC e mi abbandono all’ennesima, definitiva crisi glicemica, e mentre il tizio mi supera io elemosino quattro caramelle alla menta da un gruppetto di turisti stupefatti:
“Da endò è che te si partìo? Fregona??? ma quando? Aaaaaaahhhh (scetticismo)”.

troi degli sciamani john benamati
courtesy fregona trail fest

In questo preciso momento accade quello che amo di questo sport e che altri atleti in altre discipline non possono capire: nel pieno dell’agonismo e della competitività, in caso di bisogno noi ci fermiamo per aiutare. Anche se stiamo lottando nelle posizioni di (quasi) testa. Punto e basta.
Lo spettro, che sia chiama Paolo Alessandrini, si ferma, torna indietro e mi regala due gel.
In questo momento, passi lo che passi, decido che il traguardo lo taglieremo insieme.
Nell’ultimo posto di ristoro ci mescoliamo ai concorrenti delle gare più corte, che con tatto ci lasciano il passo (non capisco mai se per rispetto o pietà).
L’ultima discesa vede me e Paolo appaiati fino al traguardo, come se questi ultimi km suggellassero una collaborazione iniziata molto prima, magari già in partenza 13 ore fa. Misteri del trail running.

arrivo troi degli sciamani john benamati
Chiudiamo la gara in 12:57:31 in nona posizione.
L’allenamento CdC per oggi ha (quasi) funzionato…
Ivan Geronazzo, produttore di prosecco locale, vince con più di due ore di vantaggio in 10:49! il fatto che abbia dieci anni più di me e sia uno degli atleti d’elite iscritti alla utmb è motivo di stimolo e rispetto assoluto. Personalmente non ho parole…ma una quasi certezza: che sia il caso di smettere di essere astemi per buttarsi sull’integrazione con prosecco?

troi degli sciamani john benamati e paolo alessandrini

Olympus Mythical Trail

Monte Olimpo, Grecia, anno zero.
Questo amo pensare, nonostante il mio abbigliamento e le barrette energetiche arricchite con vitamine e magnesio dicano altro. D’altro canto è in queste terre che è nato il concetto di ultramaratona, all’epoca nel quale gli emeredromi, i “postini” a piedi scalzi, erano gli unici mezzi di comunicazione tra le città stato greche.
Il più famoso? Filippide chiaramente. Sua l’impresa di correre da Atene a Sparta per chiedere aiuto all’esercito alleato nella guerra contro i persiani, di ritornare ad Atene per poi recarsi a Maratona, combattere una battaglia, vincerla e tornare per morire di sfinimento di nuovo ad Atene…tradotto in numeri saranno 500km in una settimana (e con una guerra di mezzo).

A noi, concorrenti di questa Olymphus Mythical Trail, spetta qualcosa di più umano, e decisamente più accessibile. Un anello di 100km e 6400+, dai 281 metri sul livello del mare passando per i 2911 della vetta del Monte Olimpo. Quello del cartone animato Hercules per intenderci…
Come mi capita sempre, quando mi iscrivo ad una gara per la prima volta, non mi informo nè consulto altri partecipanti. Mi presento “ignorante” e mi affido ai Santi, in questo caso agli Dei.
E’ per questo che soltanto il giorno prima della gara, quando finalmente il maltempo abbandona la penisola Greca e la vetta dell’Olimpo mi si presenta in tutta la sua magnificienza, ho la netta impressione di essermi cacciato in un grosso guaio. Intendiamoci: qualunque ultramaratona di 100 km ha i suoi aspetti inquietanti, ma spesso sono le difficoltà tecniche o la tipologia del terreno a fare la differenza. Un paio di km a 2800 metri di altitudine tra burroni e strapiombi possono richiedere tempi di percorrenza eterni.OMT_profile-1000I numeri, spesso, ingannano.

Per questo racconto lascierò parlare le immagini, che iniziano alle 17:00 di sabato nella località di Aigiannis (non lo trovate sulle cartine), a pochi km da Litochoro (base della manifestazione e punto di ritrovo per tutti i trekker e gli alpinisti che vogliono salire al cospetto di Zeus).
Non siamo in molti, 139 atleti (finiremo in 89) tra i quali ci sono nomi di spicco come il francese Antoine Guillon, oltre ai locali atleti greci “emerodromi” moderni.
Il ritmo è tranquillo nei primi km, anche perchè ci si infila subito nel bosco per salire tutto d’un fiato fino ai 2120 di Livadaki. È chiaro fin da subito che sarà una gara lenta, con pochi tratti di corsa “tradizionale” e tanta, tanta salita e ovviamente discesa tecnica, insomma come dicono i romani moderni “da pippa ar culo”, gli antichi romani avrebbero invece usato parole più poetiche in latino.

olympus mythical trail john benamati start

Scollino con agilità ma in cresta ho un assaggio delle condizioni estreme, passiamo infatti dal caldo umido tipico della Grecia (l’appicicaticcio per intenderci) a un vento gelido che scende dalle creste che letteralmente ti congela il sudore addosso.
Mi inquieto, non è ancora notte e già ho capito cosa mi aspetta. Freddo in alta quota, e questo come si dice in spagnolo, pinta mal (ha una brutta cera).

olympus mythical trail single track john benamati c

La discesa per tornare verso Litochoro è molto tecnica, scivolosa (per la pioggia torrenziale dei giorni scorsi) e impegnativa. Cado un paio di volte, e a 45 anni suonati sono cose che non fanno bene, come le botte.
Seguire il percorso ufficiale si dimostra inoltre più difficile del previsto perchè i segnali tipo “bandiera del giappone” sono posizionati a volte sugli alberi, altre sui sassi e fino all’ultimo istante quasi invisibili.

olympus mythical trail john benamati day race signal
Questa volta però, memore del disastro da punto di vista della navigazione nella Skygrancanaria ultra 72k 2018 mi sono organizzato caricando il tracciato gpx nell’orologio (funzione a me fino ad oggi sconosciuta) e viaggio sereno come un turista inglese sulla statale del Garda nella convinzione che sia impossibile perdersi nelle stradine dei paeselli lacustri (e anche tra i boschi stregati di Biancaneve).
Chiaramente correre una ultra con fini vagamente competitivi non lascia tutto questo tempo a disposizione per attività accessorie come filmare, far foto artistiche, trovare i migliori scorci paesaggistici: le foto che ne ricavo sono di bassa qualità, esteticamente pietose e riescono a malapena a rendere l’idea…

olympus mythical trail single track john benamatiolympus mythical trail single track john benamati bolympus mythical trail little house john benamati

Tra ponticelli di legno, casette abbandonate, fiumi quest’oggi in piena il tempo scorre (quasi) veloce e mi ritrovo beato tra le mie donne al ristoro del km 32 che è già notte fatta. La testa di un ultrarunner in questi frangenti si riempie di quesiti “primari” tipo siamo solo a un terzo, già a un terzo o semplicemente a un terzo di gara?

Da qui parte una specie di verticale fino ai 2900 e passa del monte Olimpo. Intendo proprio dire che si sale e basta, a volte con l’impressione per sempre. Gli antichi credevano che la vetta fosse abitata dagli dei perchè, passatemi il termine, vacca boia non erano così imbecilli da andarci. Punto. E chi li biasima?

olympus mythical trail john benamati night race signals

Le bandiere di segnalazione del percorso dette anche del Sol Levante intanto, complice la notte, la stanchezza e un vago senso di rincoglionimento si fanno sempre più strane e bizzarre. Cambiano colore, forma. Quando assumono le sembianze de cartelli segnaletici della A4 Milano Venezia capisco che sono nei guai.
Anzi, capisco che mi sono perso e inizo a seguire il navigatore…e la legge di Murphi.
Km 50, altitudine 2000 metri, esco da un casino di bosco e trovo due tracce gps, una va a sinistra per 30 metri dove c’è una specie di collinetta e poi torna indietro passando alla mia destra.
Si tratta chiaramente di un errore, penso, e riparto in salita come un imbecille.
In realtà, dietro alla collinetta a forma di tetta (non so perchè ma ricordo nitidamente questo particolare), si trovava il ristoro di Petrostrouga (sembra il nome di un goulag russo ma in quel momento rappresentava la salvezza), che io quindi manco clamorosamente.
Mi accorgo dell’errore un’ora dopo, quando ormai la matematica diventa come dev’essere una certezza: se sulla mappa segnano al km 50 e 2000 di altitudine un ristoro e io sono a 52 km e 2400 di altitudine qualcosa non torna. Anzi, l’unica certezza è che sei scemo e nella cacca fino al collo.

Senza acqua, senza cibo, schiaffeggiato da un vento insidioso e con la necessità di vestirsi in fretta…di certo non il posto migliore dove farlo, manca solo che mi scappi la cacca.
Come il turista inglese di prima, che guida seguendo il navigatore sulla statate del Garda mi resta solo una opzione: chiamare il soccorso Aci, cioè la mia Fede Amore.
Il pensiero che siano le due e mezza della notte e che stia gestendo quattro bambine delle quali una bebè non mi sfiora nemmeno…
Amor, mi squalificano! Buuuuuu giù a piangere.
E lei…ma cosa dici yaaaaaaaaahnnnn (sbadiglio), avrai fatto 30 metri in meno, ti sembra possibile che ti squalifichino? Vedrai che capiranno, sono cose che succedono, e poi hai la registrazione del tuo gps come prova. Yaaaaaaahnnnnn (altro sbadiglio).
No, No ti giuro torno indietro, mi squalificano che senso ha? Buuuuuuuuuuu
E dove vai? Uuuuuueeeeeeeehhhhh (vagito di neonata).
Già…non so nemmeno dove sono. Tecnicamente si, ho le coordinate e tutto il resto, ma effettivamente per quel che ne so potrei essere su Marte. Magari mi perdo in discesa e finisco a concimare le piante greche.
Tu Tu Tu Tu Tu
Cade la linea, non c’è campo…ok proseguo.

Arrivo, non so come, con temperature sotto zero e un vento vigliacco (normalissimo in alta montagna, ma quando sei pirla ti viene automaticamente da identificare gli elementi atmosferci come se fossero in combutta contro di te) al rifugio Oropedio a 2650 metri di quota.
Entro, mi sdraio su una sedia (non lo faccio quasi mai in competizione), e…faccio il piagnone.
In inglese ovviamente (il greco non lo parlo) mi esce benissimo, e come risposta inaspettata ricevo solidarietà. Gli addetti chiamano subito il race director, tutto sistemato, sembra addirittura si sentano in colpa per non aver messo una freccia che indicasse il punto di ristoro dietro la collinetta (quella a forma di tetta) e aver costretto quel mafioso di italiano (così mi chiamano scherzando) a farsi tutta una tirata notturna di circa 10 km e 1700 positivi.
Mangio due tazze di brodo con non ricordo più cosa (sono vegetariano ma quasi sicuramente era fatto di carne) e riparto rinfrancato, nel fisico e nello spirito.
Ho perso un bordello di tempo tra pianti di autocommiserazione e altre miserie che mi vergogno di riportare ma sono ancora in gioco. Mi aspetta soltanto la traversata, ardua e pericolosa, e la salita finale al cospetto di Zeus. Beh, e ovviamente un 40 km in discesa…

Avanzo, mi fermo, non vedo ne bandiere giapponesi, ne altri segnali ufficiali o ufficiosi (quelli tipici in montagna: ometti di pietra, fazzolettini, stronzi etc)
Il navigatore non mi aiuta per niente. Torno indietro, riprovo, sembra ci sia da scalare…no dai impossibile, qui ci vuole Walter Bonatti il mio eroe scalatore, che ci faccio io?
Arrivano due lucette da dietro e come improvvisate fate turchine si materializzano due concorrenti, uno sloveno e un americano. Di solito in gara mi agito, cerco di non farmi superare, accellero il ritmo e rendo il sorpasso difficile…qui no.
How are you?
I’m fuck*** scared!
Ok, just follow me and…ah…don’t look…left…
Ok….

olympus mythical trail john benamati snowolympus mythical trail john benamati snow crossing

Non sono un alpinista, tantomeno uno scalatore e attraversare colate di ghiaccio su strapiombi di mille metri non rientra certo nel bagaglio delle mie conoscenze. Pensavo di essere un corridore…

olympus mythical trail john benamati view peakolimpo peak john benamati olympus mythical trail

olympus mythical trail john benamati peak

Lascio parlare le immagini, io guardo il minimo necessario e solo in terra.
Poco a poco arriva l’alba, non so se è un bene o un male visto che la vista ora può spaziare fino al fondovalle…sono montagne mi dico, è ovvio che puoi cadere e restarci secco. inoltre ho la consapevolezza che quel tale, come si chiamava? Newton…aveva le idee molto chiare nel spiegare la forza di gravità…

olympus mythical trail john benamati peak of mountolympus mythical trail john benamati peak of mount olympus

L’alba si mescola con il trono di Zeus, ma io mi sento poco Ercole e molto Paolo Villaggio quando in Superfantozzi fu mandato ad annunciare il risultato della battaglia di Maratona.
Ho solo una cosa in mente: tornare giù tra i comuni mortali.

olimpo peak check point john benamati olympus mythical trail

Le ginocchia fanno male a causa del freddo notturno (vesto un paio di short veramente short e come mia abitudine non porto le calze) e posso solo confidare nel sole greco per tornare a riscaldare la mia anima congelata. Chiaramente, per restare in tema religioso, è una via crucis. Chi fa gare in montagna può capire: è come avere i tendini induriti, anzi, quasi li senti muovere come fili di ferro arrugginiti con vari creeeek e craaaak di tanto in tanto.
Quanto sia salutare tutto questo proprio non lo so.

olympus mythical trail john benamati

olympus mythical trail john benamati down hill

Il sole fa ampiamente il suo dovere, anzi, verso il km 80 eccede come un buon politico nell’esercizio delle sue funzioni e iniza a cuocermi a fuoco lento.
Ad un osservatore esterno gli ultimi 20 km possono sembrare il coronamento di un sogno, l’ultimo tratto spensierato dell’impresa ormai compiuta. Invece, lo giuro, io penso sempre che potrei cadere vittima di un colpo di calore, ictus, infarto, morso di vipera, paralisi a 150 metri dall’arrivo. Tutte le volte. A tutte le gare. Il problema è che conosco un sacco di gente alla quale è successo!

olympus mythical trail john benamati c

Poca pista per correre, zero asfalto, solo sentierini aridi tra erba alta e sassi che ricordano in tutto e per tutto le nostre prealpi. Per fortuna qui non ci sono zecche…
5 km, poi 4, 3 e mi chiama Fede Amore, le bimbe son quasi stufe di aspettarmi: ma quanto ci metti a fare questi ultimi km? Stai bene? Ti sei perso ancora???
Che tà cagà.

olympus mythical trail john benamati b
L’arrivo è in salita…30 metri, forse meno, ma quasi non riesco a correre. Sono esausto.
19 ore e 19 minuti, 9 overall passando caldo, freddo, di nuovo caldo.
Mi sembra di essere uno di quei piatti esotici che per essere consumati devono passare per elaborate tecniche di preparazione…forno, un colpo nel freezer, un po’ di ghiaccio, bagnomaria, altro colpetto nel microonde.
Da come puzzo non credo proprio di essere così appetibile, ma la mia Fede Amore mi abbraccia e mi bacia felice…forse nemmeno questa volta divorziamo.

olympus mythical trail john benamati finish (2)

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