Maddalene Sky Marathon

3,71km 321+
si, si, avete letto bene, non mancano degli zero.
Anzi, visto che sono autolesionista userò le lettere invece dei numeri, perchè per leggerlo in questo formato si impiega più tempo.
Tre chilometri e settecento, trecentoventun metri positivi.
Nient’altro. Poi mi sono fermato…
Si, in 3 parole: Ho fatto schifo.
Scrivere però di imprese epiche e risultati da campionato mondiale sono capaci un po’ tutti: l’ego si gonfia, lo spirito si purifica, l’inconscio si esalta…tutte queste cazzate qua. Quando le cose invece vanno male, è tutta un’altra storia.
Si attiva quella ricerca esasperata della scusa, tanto per dimostrare che fare schifo non è una colpa, ma una conseguenza.
La Maddalene Sky Marathon è ovviamente una gara bellissima, molto più lunga e impegnativa della “mia”. Stiamo parlando di un percorso di 42km e 3000+, su creste bellissime e dai panorami mozzafiato, che avrei dovuto compiere senza troppe difficoltà.
Per un corridore che si considera un ultra maratoneta infatti, 42 km sono quasi il minimo sindacale. Non sto dicendo che corto sia facile, anzi, come ogni volta ripeto anche a costo di apparire patetico, la lunghezza della gara è inversamente proporzionale all’intensità dello sforzo (almeno per me).
Ovviamente questo si ripercuote sulla posizione in classifica…oltre che sul morale e l’apparato urogenitale (quello cardiovascolare è già da tempo danneggiato).
Mi riferisco al semplice fatto di concludere una prova. Terminare, arrivare alla fine. Alzare il braccio al cielo…o perlomeno il ditino.
Dire anche questa è fatta, anche se non frega un piffero a nessuno.
Avete presente il gadget all’arrivo per chi taglia entro il tempo limite?
La medaglietta, il gilet finisher, il braccialettino made in China…queste cose qui, banali forse, ma necessarie.
Oggi per me nemmeno un adesivo, forse un bel cappello da asino, ma fatto col quotidiano di ieri. Quello trovato nel cesso del bar della stazione.
Facciamo due passi indietro.
Normalmente uno sportivo (atleta mi sembra sembre eccessivo), valuta la propria condizione fisica, il tempo libero a disposizione, la voglia e poi, guardando il calendario delle gare, si iscrive a qualcosa.
Io no.
Mi iscrivo a cazzo di cane, poi viene il resto.
È una mia caratteristica, quindi temo continuerò a farlo per sempre, ma ovviamente non è da imitare perchè chiaramente non sempre funziona.
Ero reduce da una bella esperienza alla  Comano Ursus Extreme Trail (ultrasky) C.U.E.T. ero carico in tutti i sensi: sia spiritualmente che fisicamente (quest’ultimo forse anche troppo, se consideriamo il fatto che a volte non riuscivo a terminare il giretto al supermercato senza piegarmi in due dai dolori), e, cosa più importante, bramoso di avventura.
Insomma volevo mettermi nuovamente alla prova, e una skyrace di 42km mi sembrava la scelta obbligata.
Mi iscrivo praticamente l’ultimo giorno, e inizio ad organizzarmi, ponendomi le classiche (solo per me) domande:
E adesso come arrivo a Unsere Frau in Liebe? Viaggio in auto o mezzi pubblici? e a proposito…ma che cavolo di nome è Unsere Frau in Liebe e soprattutto dove diavolo si trova?
Cose di questo tipo. Normale amministrazione.
Non consulto il televideo rai (odio le notizie su internet, mi sembrano sempre tendenziose, ma forse sono paranoico) ne il meteo.
Avrei scoperto che era un week end da bollino nero, e con il brutto tempo. Miscela micidiale se devi uscire dal lago di garda per andare da qualche parte.
Forse impieghi meno tempo a cambiare galassia.
Premessa: odio l’uno e anche l’altro (traffico e brutto tempo).
Poi anche i turisti che non sanno guidare, quelli con l’auto da centomila euro e la roulotte dozzinale al seguito, i Ferraristi, targati Germania, che si schiantano inspiegabilmente sulla Gardesana dopo un testacoda bloccando mezzo Trentino e un quarto di Veneto (è successo veramente questo weekend), oppure i ciclisti (non me ne vogliano, ho un sacco di amici a due ruote, ma a volte penso che abbiano irrisolte incognite esistenziali o grossi problemi emorroidali) che vanno a coppie in mezzo al casino, i vigili che non fanno le multe (perchè stanno tentando di dirigere il traffico e questo è mille volte peggio), per non parlare delle rotonde troppo piccole e gli autovelox arancioni a colonnina.
Sabato incontro tutto questo e anche altro, fatico a ricordare: ho rimosso, qualcuno conosce un buon ipnotista?
Non guido, ma strombazzo e porcono (in dialetto, voce del verbo porconare, cioè tirar porchi anche tecnicamente considerato: nominare il nome di Dio invano).
Delle due ore necessarie, come indicato da google map, uso altre due e qualche minuto, cioè quattro, per arrivare a destinazione: ma nel paese sbagliato.
Colpa mia, ho il display dell’iphone 4 tutto scassato e ho digitato male, o sto leggendo male, non so.
Elevare quindi il mio inutile ego al quadrato, come il tempo impiegato e le bestemmie utilizzate, non era buona premessa per la gara, avrei dovuto capirlo.
Purtroppo mi piace pensare di essere un duro, uno che non molla mai e che va sempre avanti.
Ma non è vero: se fossi donna (e di donne ne capisco qualcosa io), alla prima contrazione del parto scommetto che mi farei rificcare il feto nell’utero perchè “ci ho ripensato”.
Insomma se fossi donna credo che sarei incinta, ma solo un po’.
Torniamo alla gara, che è meglio.
Lo stress del viaggio è un dato di fatto, ma non un’attenuante: un sacco di gente vive tutti i giorni incolonnata per andare e tornare dal lavoro ed è serena e rilassata. Altri invece in colonna sterminano la famiglia.
Come al solito la resilienza si trova dove meno te l’aspetti.
La mia Fede lavorava come rappresentante automunita per un’azienda del nord, e aveva come zona assegnata il sud.
Questo, oltre a dirla lunga sull’efficienza manageriale di alcune imprese, mi dimostra che in famiglia la dura e quella che non si ferma mai è lei, non io. Dormiva in alberghetti qua e la e passava il week end a volte incolonnata per un incidente sull’appennino o i lavori in corso a Ronco Bilaccio e Barberino del Mugello.
Senza lamentarsi.
Ascoltava musica, scriveva messaggini sms (gli smartphone non esistevano ancora)…zio bono io arrivo talmente incattivito all’agriturismo che sembro un’ortica.
Per rilassarmi, nella mia microstanzetta (ma con bagno enorme), opto per la televisione (a casa non la guardiamo mai, è un semplice apparato collegato al pc per riprodurre qualche cartone animato alle pupe).
Pessimo errore.
Non ricordo se è colpa degli imbecilli politicanti di turno che cercano di sostenere la loro visione sul referendum d’ottobre (non vi crede più nessuno, parassiti) oppure del pentatlon moderno in diretta da Rio (ma veramente un tizio riesce a passare dal nuoto all’equitazione per poi tirar di scherma?), ma passo la notte insonne.
Riepilogando: stress da traffico e insonnia. Siamo a buon punto. La mattina mi sveglio, (mi alzo), annebbiato e incazzato con il mondo, mangio pane e nutella (come Kilian, ma lui deve essere geneticamente portato a digerirla velocemente), ma dimentico di cacare, bere, pettinarmi, schiacciarmi i punti neri (tutte cose importanti).
Qualcuno penserà che proprio per questo stavo male, in realtà sotto pressione tendo a concentrarmi di più e produrre meglio.
Produrre cosa, questo è da vedersi.
Prendo l’auto e al bivio quasi volto dalla parte sbagliata (quella giusta, verso casa): non c’è traffico alle 06 di mattina, e la tentazione di fare un rientro intelligente è tanta…
Purtroppo il senso di colpa mi costringe ad andare alla partenza. Non ho il coraggio di confessare alla mia Donna che sono cotto stracotto e per dei motivi bizzarri, per non dire idioti.
Ho freddo, anche se tanti corridori sono in canotta e pantaloncini corti, e non la smetto di guardare il cielo. È nuvoloso, promette pioggia.
Ficco nello zaino un sacco di roba: giacca in goretex, guanti, buff polare, ricambio di pantaloni e maglia termica: più che per una maratona sembra io stia per partire per una solitaria al polo sud.
Per un minimalista questo è proprio il colmo, ma non c’è nessuno a farmelo notare, e il mio senso critico e di giudizio ormai è scomparso, o svenuto, o ubriaco o tutte e tre le cose insieme.
Tre, due, uno, via…
Parto negli ultimi cinque (nel video della partenza si vede chiaramente) e fatico a tenere il ritmo.
Pane e nutella hanno sostituito cuore e polmoni. Respiro acidi grassi trans e ho olio di palma raffinato nelle arterie. In testa un solo pensiero: il traffico da bollino nero della domenica sera.
Acidità gastrica, senso di pesantezza, gambe molli, tremori generalizzati, mal di testa, vertigini sono alcune delle sensazioni che chi corre conosce bene.
Averle tutte insieme e contemporaneamente è interessante, ma anche foriero di collasso imminente.
Le analogie tra me e un water intasato sono sempre di più.
È appena iniziata la salita, guardo una pianta e lei ricambia con sufficienza, ma anche curiosità.
Si è accorta che condividiamo la staticità, il senso dello spazio, l’immobilità evolutiva: siamo entrambi due vegetali.
Mi illumino, ma non di immenso.
Lei è scossa da un tremito, o forse è solo il vento tra le foglie.
È finita qui, ancora prima di iniziare.
Prendo il telefono e chiamo la mia Fede.
Mi sento un perdente, dove vanno i perdenti? e soprattutto chi lo vuole un perdente?
Lei si, mi dice: Amor, non ti preoccupare, gare ne hai ancora e le montagne non si spostano, quindi torna a casa senza buttarti da qualche ponte (strano: non ci avevo nemmeno pensato), e poi: visto che ci sei compra anche del pane, che è finito.
Pragmatica la mia Donna, quanto la amo.
Saluto la mia amica pianta, le prometto di tornare (ma un giorno infrasettimanale di metà novembre), consegno il dorsale ai corridori scopa, e salgo sulla jeep dei vigili del fuoco che mi offrono un passaggio fino in paese.
Mi chiedono, nel tipico accento italo teutonico della zona, cosa c’è che non va. Bella domanda, grazie per avermela fatta.
Spiego loro che amo le distanze lunghe perchè ti permettono di recuperare anche se parti male. Ho la velata impressione che non mi credano, come biasimarli sono uno che si ferma dopo 3 km…
Mi guardano con sufficienza, come la pianta, però con loro non condivido nulla, nemmeno la lingua madre.
Mi sento un pesce fuor d’acqua e ho voglia di andarmene.
Non mi cambio nemmeno, salgo in auto e guidando attraverso la nebbiolina leggera (o forse sono i fumi della puzza di scarpe) fuggo verso casa, evitando gran parte della confusione sulle strade (unica nota positiva della giornata).
Vorrei poter raccontare del percorso, dell’organizzazione, dei dislivelli, dei camosci…ma in 3 km ho visto gran poco.
L’arco di partenza era comunque gonfiato alla perfezione, e la jeep dei vigili del fuoco nuova fiammante. Sempre meglio di niente…
Curiosamente, mentre a casa lavoro nel campo, (in infradito, perchè sono un minimalista contadino o contaminimalista come preferite) mi accorgo che ho dolore alle articolazioni e muscoli rigidi, come se avessi corso effettivamente 42km.
Mia figlia Sofia mi scatta la foto qui sopra, dove inoltre si possono apprezzare le modifiche fatte dalla mia Fede alla maglietta dell’evento.
Anche se penso non troverebbe lavoro presso qualche grande stilista, le trovo comunque originali e “profonde”…o forse il risultato è solo una schifezza, ma a me piace.
Rifletto sulle mode e le tendenze del momento.
Tutte queste tshirt, sempre uguali e col collo stretto. Ora di cambiare.
Rifletto anche sulle mie articolazioni e muscoli.
Inizio a considerare il fatto che la mente sia realmente forte e che possa condizionare il fisico, simulando gli effetti di un evento anche senza averlo realmente vissuto.
Che questa sia la conseguenza di qualche droga assunta in gioventù o di qualche fungo velenoso non è dato a sapersi, però decido su due piedi che correrò la Utmb tra una settimana, con queste infradito (l’ho già fatto vedi il video  Havaianas trail running ) e in mutandine di pizzo (devo ancora farlo, manca poco).
Tanto per vedere che effetto fa.
Non cercatemi nella lista dei partenti: non sono iscritto.
Non fisicamente almeno…

Comano Ursus Extreme Trail (ultrasky) C.U.E.T.

Se mi avessero chiesto di iscrivermi ad una skyrace avrei risposto picche. Ad una ultra skyrace poi…avrei risposto picche e anche una scoreggia.
Ho fin da sempre guardato con un misto di sospetto e ammirazione a questo tipo di competizioni, e ho anche fin da sempre pensato che farsi una tonnellata di dislivello positivo su creste affilate e col vuoto alle spalle non fosse per me.
Perchè?
Semplice: non ne sono capace.
Finisco nella Ursus extreme trail quindi quasi per sbaglio.
E’ un’edizione zero, e come tale suscita interesse.
E’ a tappe, 120km e 9000+ suddivisi in 2 giorni, e sarebbe la mia prima esperienza del genere, anche in vista di un altro mio progetto nel 2017.
E’ vicino a dove vivo d’estate, e cioè sul Lago di Garda, e questo aiuta la logistica: parto in corriera, dormo in palestra a Ponte Arche, corro, soffro e bestemmio un po’ (la trilogia dell’ultratrailer) e torno in corriera.
Spendendo poco e senza rompere le balle alla famiglia. Perfetto.
Dimentico di osservare che 120km e 9000 metri positivi sono “tanto” verso l’alto, contro relativamente “poco” in piano e che non stiamo parlando di una ultratrail ma di una ultrasky…ma sono dettagli.
Dimentico anche di verificare, non dico direttamente sul campo o con foto del territorio in questione o perlomeno su google map, il tracciato.
Mi sarei reso conto che non ho ne l’esperienza, ne l’allenamento per questo genere di gare, e soprattutto che gran parte dei sentieri sono come l’edizione: appena nati.
Se avessi saputo tutto questo, uno potrebbe pensare, avresti cambiato idea…giusto?
Sbagliato.
Non cerco il posto in classifica, anche se aiuta il morale, per vantarmi con amici e parenti “normali”.
Non sono infatti uno di quei topi da risultato, che si affannano a capire, in base all’elenco degli iscritti, quante possibilità hanno di finire sul podio.
Ne conosco alcuni, di questi patetici personaggi (alle Canarie è pieno), che cercano la garetta in concomitanza della gara più importante, per poi pavoneggiarsi con risultati su facebook.
Corro in montagna per trovare i punti deboli del mio fisico, della mia mente, del mio spirito.
Corro tanto e cerco lo sfinimento, a volte esagerando, andando oltre.
Perchè?
Perchè funziona. Semplice.
La Ursus extreme da questo punto di vista mi è servita…eccome.

Prima tappa:
58km 4600+ 4100-
Quando nelle caratteristiche tecniche di un tracciato il numerino + è più del numerino – significa che si sale tanto e scende meno. Tradotto tecnicamente: più salita della discesa oppure, se preferite in linguaggio volgare: ti fai un culo così.
Anche questi però sono dettagli.
Dormo nella palestra delle scuole medie, messa a disposizione dall’organizzazione.
Ci sono brandine e materassini, ma io scelgo il mega-materasso per attutire le cadute dalla parete di free climbing artificiale.
Amo dormire largo, ma qui esagero, e mi ritrovo con 5 metri quadrati di letto. Sono così comodo che la mattina gli altri concorrenti faticano a svegliarmi a calci e pugni.
La partenza è alle 06:00, mi alzo alle 05:40.
Che serietà, però sono riposato, anche se praticamente non ho tempo per altro.
Per ottimizzare, mangio un panino integrale con la nutella, mentre seduto sul water faccio la cacca e riempio le borracce d’acqua.
Il panino lo digerisco 4 ore dopo, le borracce sapranno di cesso tutta la gara mentre dei flash back mi ricorderanno le analogie tra la nutella e i miei escrementi.
Poco dopo mi trovo riunito con gli altri nel parco pubblico di Ponte Arche, che è per l’occasione “addobbato” a sport park meeting point. (La definizione è tutta mia, amo storpiare l’inglese a mia immagine e somiglianza).
Stands della New Balance, promozione turistica, massaggi, panini…sembra la Utmb, ma senza il miliardo di rompicoglioni di troppo.
Il classico discorso di inizio manifestazione arriva direttamente dal presidente dei Comano Mountain Runners.
Giacca e cravatta? aria distinta? fantoccio politico con copione in mano da leggere?
No.
Guerriero a cavallo, in costume celtico e faccia dipinta di azzurro.
Sembra di essere nel film Brave Heart, e prima che a qualcuno venga in mente di mostrare il culo agli Inglesi viene data la partenza.
Come al solito è a razzo, altro che ultra di due giorni.
Saranno i concorrenti iscritti ad una sola tappa, penso rilassato. Quelli della due giorni non credo siano così squilibrati: invece lo sono e (consentitemi il dialetto) tì coreghe drè se te si bon.
Un paio di km d’asfalto (gli unici che vedrò in tutta la gara) e subito siamo nel bosco…e in salita.
Per sempre.

Polaroid CUBE
Polaroid CUBE
Si, perchè parlare di discese dove sciogliere le gambe proprio non se ne parla, e il dislivello negativo accumulato è nei saliscendi in costa oppure nei boschi bagnati, dove passo più tempo sdraiato scivolando che in piedi.
La cosa bizzarra, e la si apprezza guardando attentamente il profilo di questa prima tappa, è che dal km 35, quindi più di metà gara, si sale con 1600 metri di dislivello fin sopra ai 2100 di quota…e ci si resta per un bel po’.
Nel mio caso, il “ci si resta” rischia di essere, liturgicamente parlando, definitivo.
Le ultime due ore mi hanno richiesto uno sforzo intenso, sotto un sole devastante ed ai limiti della disidratazione mi rendo conto che i miei calcoli, sul tempo di percorrenza tra un posto di approvigionamento e l’altro, sono come quelli sulle previsioni economiche: lievemente scorretti. Tradotto: cannati in pieno.
Vicino a Malga Nardis a 1800 metri di quota mi supera la prima donna, scopro poi essere la moglie del Sindaco di Fiavè (con una donna così al proprio fianco, i cittadini di quel paese possono dormire sonni tranquilli), mi cede con altruismo una barretta energetica perchè ho perso la mia. Ed era l’ultima che avevo.
Che figura di merda, penso, ma per uno che ha 5 figlie femmine è quasi normale farsi aiutare da donne.

Polaroid CUBE
Polaroid CUBE
Arrivo al km 43, o giù di li, seguendo un sentierino tra rocce instabili e ghiaione su pendio inclinato della Sella Dos de la Torta. Per fortuna la nebbia mi nasconde il paesaggio.
Avrei sicuramente capito cosa mi aspettava, e mi sarei suicidato.
7 km di creste, su tracciato quasi vergine, a tratti consentitemi il termine pericoloso, tra radici, formiche giganti nere, dirupi, burroni. Manca solo l’orso dietro un cespuglio. Adesso capisco perchè il presidente dei Comano si era vestito da Wallace, ma la cosa non mi fa più di tanto sorridere.
Il Suunto mi marca un km talmente lento che va fuori scala. Credo sia una media che qualcuno potrebbe fare su una parete verticale delle alpi, scalando in solitaria. Magari con una gamba sola.
E’ il mio record assoluto, ma in negativo.
I motivi ci sono, e sono seri. Mentre cerco di accellerare per levarmi d’impaccio, inciampo infatti su un sasso e volo fuori dal tracciato.
Cado e rotolo di schiena sul prato in pendenza, e scivolando sullo zainetto inizio ad accellerare. Già mi sento sfracellato in fondo al burrone, e le solite immagini patetiche del condannato a morte annebbiano la mente:
articolo di giornale, magari piccolo servizio sul tg regionale con fototessera tipo pluripregiudicato, il testamento aperto dal notaio, le figlie che piangono, le chiacchiere degli amici al bar…John? era un bravo “ragazzo” ma un po’ matto. Vabeh. Che c’è per aperitivo?
Cose di questo genere, fino a che mi rigiro di pancia e affondando le mani e la lingua nella terra mi fermo.

Polaroid CUBE
Polaroid CUBE
Ci voleva poco, ma intanto sono 30 metri più in basso. Riporto lievi danni fisici ma gravi danni all’orgoglio. Meglio, ultimamente si stava gonfiando come un pallone.
Questi metri di dislivello devo ricordarmi di toglierli dai dati del Suunto, non vorrei che si sballassero i tempi di recupero…
Ritorno sul sentiero in cresta, ma le gambe tremanti non mi consentono di proseguire agevolmente.
Una personalità ricorda all’altra che si, sono veramente burroni quelli che vedi e si, ci puoi cascare dentro ancora.
Entrambe se la fanno addosso. Io con loro, e siamo già in tre. Avanziamo tutti fiduciosi nell’inesplorato mondo della schizofrenia.
Mi scatto una foto ricordo, per la tomba magari, e poi chiamo la mia Fede amore, che è rimasta a casa con le bimbe, e le racconto piangendo quello che mi è appena capitato.
Forse cerca come sempre di tranquillizzarmi a distanza, oppure sono io che ho perso la qualità del linguaggio e non riesco a descrivere accuratamente la situazione, resta il fatto che con grazia mi suggerisce di rallentare (più lento di così mi fermo e aspetto la morte), o di abbandonare (l’unica via di uscita è proseguire la gara o lanciarsi nel vuoto).
Raggiungo un paio di volontari e sfogo anche su di loro il mio terrore, finchè mi supera Flora, del fortissimo Team runner Brescia (ma sarebbe meglio chiamarlo team capre di montagna de brescia), la seconda donna in classifica odierna.
La riconosco quasi subito: è una di quei concorrenti che stamattina presto, assieme al suo moroso, cercava di svegliarmi.
Gentilissima mi offre mezza merendina, un po’ di sale, un paio di parole di conforto. Riconosce anche lei che il percorso è a tratti…”esposto”.
La guardo e penso che è proprio vero quello che si dice in psicologia: non è il problema il vero problema, ma la percezione dello stesso. Io mi sto cagando addosso e lei si gode il panorama.

Polaroid CUBE
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Proseguo e cerco di starle alle calcagna, più per àncora morale che spirito competitivo o esuberanza maschilista: è infatti la seconda persona oggi ad aiutarmi, ed è ancora donna.
I km, ma sarebbe meglio dire i metri, passano. Lenti ma passano. Arrivo ad altri due volontari che mi comunicano la fine delle “ostilità”. Da ora in poi è tutta discesa.
Normalmente questa è la frase magica, quella che sblocca la mente e le gambe, quella che ti consente di rilassarti godendo la tanta agognata fine gara.
Ti aspetta un bel po’ di discesa, accellerando il ritmo, e magari, come quasi sempre capita, riesci a superare qualche avversario.
Qui no.
Siamo su sentieretti zigzaganti in boschetti bagnati: cado su radici, sassi, orme d’orso, pietre bagnate e cacche di camoscio.
Non ho assolutamente grip, le scarpe non servono a niente, ho l’impressione che scivolando sul culo andrei più veloce.
Cip e Ciop, i due neuroni funzionanti in gara, si eleggono professori di algebra e fanno i conti della serva:
Sei al km 53 di una gara che finisce ai 58, quindi al 95% del percorso. Immagina la barra del download sullo schermo del computer…diresti che ci siamo vero? Ma ti trovi ancora a 1700 metri di quota e non ti riesce di avanzare a più di 8 min/km pur rischiando le palle.
Qualcosa non torna, e lo sai benissimo.
Ma in che cazzo ti sei messo?
Arrivo al ristoro dei 54km di Malga Stabio, raggiungo Flora e poco elegantemente la supero. Lei chiede quanto manca ai volontari ed io, che ho passato le ultime 3 ore a fare la stessa domanda, ottenendo sempre la stessa risposta (poco dai), semplicemente scappo via.
Non che voglia superarla, o arrivare prima…ma ho bisogno di vedere l’arrivo e tranquillizzare la mia anima, che come quella dei dannati è timorata e perduta.
Datemi un prete, qualche verso del vangelo e visto che ci siete anche l’estrema unzione, domani mi aspetta la seconda tappa.
Del prete per le anime perse, anzi il pastore, quello vero (con tanto di pecore), ne avrò veramente bisogno la mattina seguente.
Finisco questi “tragici” 59km (dal mio gps) e 4600 positivi in poco più di 11 ore. 15 overall nella generale di giornata e non ho idea della combinata (per quello che può contare la classifica).
Termina così la prima giornata e tra un buon piatto di pasta e i fagioli, e quindi tra carboidrati e scoregge, inizia il recupero.

Seconda tappa:
62km 4200+ 4800-
Dormo pesantemente e pieno di dolori, questa volta la sveglia è ancora prima visto che bisogna prendere il pullman per andare alla partenza a Passo Ballino.
Mi affido ai soliti calci e pugni dei colleghi, ma questa volta non mangio nutella e soprattutto cago (anche se poco elegantemente) nei prati, proprio dietro l’albergo presso la partenza.
Il via è in discesa…e contro ogni pronostico corro in scioltezza. Senza dolori, tutto funziona a meraviglia.
Che bello.
Anzi no.
D’ora in avanti non avrò più scuse per non allenarmi il giorno dopo una ultra.
Sono fregato.
I primi 10 km fino a Stenico scorrono lisci come l’olio, mi aspetto qualcosa, un crampo, una storta, un ictus.
Niente, e arrivo al primo rifornimento dove trovo le brioche al cioccolato. Non sarà l’alimentazione più sana del mondo, ma in quel momento funziona, eccome.
Mi aspettano 1800 positivi, ma il morale è alto e mi sento meglio di ieri.
Mistero (come sempre) ma interessante e da approfondire.
Le previsioni del tempo prevedono un fronte temporalesco verso le ore 12, ed io penso stupidamente che sia meglio la pioggia che il caldo asfissiante di ieri.
Tutto sbagliato, chiaramente. La mia idea, le previsioni, la mia reazione al freddo, il mondo, le previsioni sul Pil dell’Eurozona…
La pioggia arriva subito, alle otto sono già annegato nel bosco, sotto i fulmini e nella nebbia. Poi è la volta del vento, per un windsurfista come me niente di trascendentale, ma qui l’effetto è un po’ diverso.
Ho infatti ancora la protezione delle piante, e non mi accorgo della temperatura che sta precipitando, anche se basterebbe usare il buon senso per capirlo.
A 1600 metri di quota esco in cresta, e vengo investito dal vento gelido mentre attraverso il prato in pendio. Sono fregato e me ne rendo conto subito.
Nello zaino ho la maglia termica a maniche lunghe, ma fermarsi per indossarla ora, sotto la pioggia e senza protezione dal vento, sarebbe una stupidaggine.

Polaroid CUBE
Polaroid CUBE
Le dita funzionano male, e se mi spoglio difficilmente riuscirei a rivestirmi in tempo. Mi sento un bebè e avrei bisogno di un’altra donna, forse la mamma.
Il Suunto mi dice 11 gradi, ma bagnato e con un vento di venti nodi l’effetto wind chill porta la sensazione termica molto più in basso.
Ho letto troppi libri di montagna per non saperlo, l’ipotermia arriva veloce e quando meno te lo aspetti…smetti di funzionare.
Un conto però è immaginarsi una condizione fisiologica, un altro è sperimentarla su se stessi. Fino a che non arrivi a questo punto, non puoi assolutamente capire che effetto fa.
Continuo a filmare con la mia inseparabile Polaroid, più per documentare il mio trapasso che per spirito artistico.
Come protezione ho il classico k-way, ma avrei bisogno di una muta da sub con le bombole. E pensare che a casa ho la giacca in Goretex, principiante.
Non ho alternative che proseguire, e a buon ritmo per conservare il calore.
Arrivo al km 17 a più di 1800 di quota tremando per il freddo, quasi fatico a parlare. Le mani già non funzionano e le ginocchia mi fanno male.
Non so se dipenda dal fatto che sono magrolino, o poco abituato a queste condizioni meteorologiche ma inizio veramente a preoccuparmi.
Penso ai Celti, e al fatto che sulle montagne delle Highlands Scozzesi d’inverno, questi personaggi andavano in guerra contro gli inglesi e sotto il gonnellino non portavano nemmeno le mutande!
Ciò nonostante montavano i cavalli a pelo, anzi a palle, attributi che in questo momento sento di non avere, e se ci sono sono piccoli piccoli…
Mi sento sempre più una mezza calzetta, altro che ultra runner.
Entro nel rifugio di Malga Valandro pensando che forse mi fermerò una settimana.
Viene stilata una classifica di giornata, in questo punto, per non rendere vane le fatiche di chi fino a qua è comunque arrivato, e per rendere ufficiale la combinata di due giorni che quindi totalizza 75km e 6500 positivi.
La gara è per fortuna sospesa, una decisione che mi trova perfettamente d’accordo.
Il rischio non è per i pirla come me, che se la vanno a cercare, ma per i volontari sparsi sul tracciato che aspettano fermi i corridori.
Mi portano gentilmente nella casa del prete-pastore (quello che cercavo ieri all’arrivo), che ha circa 300 pecore al suo cospetto (ora una in più), perchè è più calda e accogliente.
Sono avvolto da due coperte e il mio materiale da corsa è appeso ad asciugarsi sopra la stufa. Mai come in questo momento l’ho visto inadatto allo scopo.
Il figlio del pastore mi cede il suo camicione a quadrettoni imbottito di pelo, poi mi porta un piatto fumante di zuppa fatta in casa.

Polaroid CUBE
Polaroid CUBE
Non ho idea cosa galleggi in superficie, ne quali siano gli ingredienti…ma è buonissima e mi sento subito meglio.
Inizia quasi subito un discorso sull’alimentazione e gli estremi della stessa.
I pastori, legati alle tradizioni ed al loro stile di vita spartano, ma rilassato, criticato i vegani ed i vegetariani…non riesco a nascondere loro che faccio parte di questa categoria, ma in casi estremi, come oggi…ben venga la flessibilità.
Si scambiano uno sguardo d’intesa e mi confermano che nella zuppa c’era carne, lardo…per quel che mi riguarda mi sarei mangiato anche le corna delle pecore, quindi mi sento il re dei vegetariani, ma flessibili.
Mi allungano un fiasco di vino rosso, e mi offrono un bicchiere. Sono astemio…si le malattie le ho quasi tutte. Sorridono, ma su questo non transigo, preferisco il the caldo.
Osservo l’ambiente che mi circonda: semplicità, poche ma basilari comodità, ritmi di vita dettati dall’organismo e dalla natura.
Se la ricchezza di un uomo sta nel poter gestire il proprio tempo come vuole, questi pastori a quota 1800 sono i miliardari del ventunesimo secolo, altro che Pil che non cresce e stress test per le banche del cazzo.
Il tempo è inclemente, e nell’attesa di una schiarita (ora che sono tornato in me e ho smesso di tremare come un malato di Parkinson) scambio quattro chiacchiere con il presidente dei Comano, Marco Buratti, suo malgrado costretto, con un vigile del fuoco addetto al soccorso in montagna, ad accompagnare l’ultimo concorrente imbecille rimasto…cioè me.
E’ visibilmente dispiaciuto per esser stato costretto a interrompere la manifestazione, nell’ammetterlo gli si inumidiscono gli occhi. Mi rendo conto della mole di lavoro che deve esserci dietro l’organizzazione di un simile evento. Dello stress, delle preoccupazioni ma anche della passione, dell’amore per qualcosa che troppo spesso è intangibile e raramente ricompensato.
I concorrenti si iscrivono, pagano, e si creano delle aspettative ma poi troppe volte si lamentano, perchè le cose non vanno come previsto. Io penso che in realtà siano scuse per non ammettere i propri errori o limiti.
Secondo la teoria dei giochi di Nash, direi che organizzare un simile evento da zero, senza fini speculativi e con il solo scopo di compiere le aspettative, sia una situazione nella quale puoi soltanto perdere. Bene che vada, tutto va secondo i piani, ma nessuno si stupisce.
Ci vuole coraggio. Complimenti ancora a questa giovane organizzazione.
Due concorrenti, un uomo e una donna, arrivano dopo un’ora nella casa del pastore. Si erano persi nel bosco, a causa della nebbia e della pioggia.
Altri chissà avrebbero criticato la segnaletica, il vento che aveva spostato i segnali, o chissà i folletti della montagna.
Loro ridono felici. Un esempio fantastico di umiltà e onestà:
“siamo andati di qui, poi di la, boh…però ci siamo divertiti…pensa te…”
Lei mi guarda e mi cede la sua maglia termica. Non so cosa dire…è la terza donna in due giorni ad aiutarmi (non sono sicuro ma credo si chiami anche lei Lorenza), e se non fosse per un altro concorrente maschio che mi presta il suo gilet antivento penserei che la mia vita è legata sempre più alle donne.
Riesco a chiamare casa per avvertire Fede amore che sono ancora vivo, ferito nell’orgoglio ma maturato grazie a delle fantastiche esperienze che questa gara mi ha portato a ivere.
Mi rendo conto che sono proprio un pirla, questo è certo.
Ammetterlo pubblicamente sul mio blog è il minimo che io possa fare.
Due parole sul pacco gara.
50 euro per una ultra sky race di due giorni che ti omaggia, oltre che di vitto e alloggio durante e dopo la gara, anche di prodotti locali e uno zaino Ferrino da corsa…finanziariamente parlando più che un’iscrizione è stato un investimento.
Ringrazio tutti quelli che mi hanno aiutato (tanti) quelli che ho aiutato io (sempre pochi) e quelli dei quali non ricordo il nome (purtroppo ho una gran memoria per i numeri e i grafici ma per i nomi sono un disastro assoluto).
Ovviamente il Grazie con la G maiuscola va all’organizzazione dei Comano Mountain Runners per questa fantastica, meravigliosa (almeno per me) esperienza.
Arrivederci al 2017!

Polaroid CUBE
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Trail della Speranza 35km 1900+

Mi iscrivo a questa gara corta principalmente per due ragioni.
La prima è che sono convinto sia necessario, anche per un diesel come me, “tirare il collo” di tanto in tanto al sistema cardiovascolare con ritmi alti e rapidi.
La seconda è che conosco il Monte Baldo e non correre un trail che si svolge in parte proprio sopra casa mia, quando sono in Italia, sia proprio un peccato.
L’anno scorso fu la mia prima edizione, quest’anno non dovevo far altro quindi che migliorare il mio tempo e godermi il panorama…si fa per dire ovviamente.
Per evitare stress inutili e giri del mondo nel traffico domenicale da bollino nero del Lago di Garda, questa volta mi unisco alla mia amica Carolina, istruttrice di nordic walking, che con il suo collega hanno deciso di avvicinarsi al mondo del trail.
Programma perfetto: taxi fino alla partenza, zero stress alla guida, accompagnati come i pro dal pulmino del team.

Polaroid CUBE
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Partire da Novezza in concomitanza degli iscritti alla più corta di 25km ha i suoi vantaggi, perchè ti ritrovi a correre ad un ritmo forsennato fin dall’inizio, anche se avevi giurato a te stesso, fino a pochi istanti prima, che avresti prestato attenzione al colore dei pettorali.
Vedo quasi subito gli amici veneti Daniele e Giorgio, maestri della specialità, sparire dal mio campo visivo.
Ho la certezza che nemmeno se volessi e/o avessi avuto la bizzarra idea di iscrivermi alla loro gara potrei tenere quella velocità.
Per fortuna sono un ultratrailer e anche bello ignorante, quindi l’onore è salvo.
Bella scusa..e sempre pronta. Pensiamo ad altro.
Verso il km 10 il percorso è ancora velocissimo, tra sali e scendi nei boschi di quota 1300 e una pista sterrata.
Nessun passaggio tecnico a dar respiro, nessuna discesetta impegnativa a rallentare questa, per me, follia.
Incredibilmente cip e ciop (i miei due neuroni da ultra) si svegliano per bisticciare su chi e come debba convincermi a rallentare le pulsazioni del cuore.
Temono danni permanenti al sistema, e forse hanno ragione.
Tranquilli, tutto sotto controllo, porto due dita al collo ma non mi riesce di contarle, queste pulsazioni: una mitragliatrice ha preso il posto del battito.
Abbasso l’andatura leggermente, con la scusa di mangiucchiare qualcosa, e mi superano in 10, senza pietà.
Colore pettorale! colore pettorale!
Azzurro, la gara di 25 ma chi se ne frega, ormai la frittata è fatta, l’ego competitivo si sente offeso e mi ordina di tornare alla mia posizione in trincea, dietro la mitragliatrice.
Una vocina cerca vanamente di tranquillizzarlo, è quella del pilota automatico da ultramaratone, che conosce benissimo il corpo e sa che al km 80 forse inizieremo il recupero. Peccato che questa sia una corta e finisca 45km prima, ma vaglielo a spiegare.
Scatto un paio di foto con la polaroid, mia fedele compagna di viaggio, ma sono mosse…il soggetto è troppo veloce forse, oppure sono i primi segni del Parkinson?
Nel cercare la perfetta inquadratura colpisco con la mano un filo spinato, e mi sbrego la mano. Cominciamo bene. Un tipo mi dice che a rubar mirtilli son cose che capitano. Questo è lo spirito vero del trailrunning e mi piace, umorismo ma con agonismo, in quale altro sport lo puoi trovare?
Incredibilmente, appena vedo la siluette della familiare cresta di Dosso Nago, l’animo si rasserena.
Inizio a ragionare sui numeri: non ho così tanti pettorali rossi davanti e ora mi aspetta la discesa nei prai e la “salitina” dal sentiero delle vacche, che conosco molto bene.
Ma come sempre, quando immaginiamo una cosa che apparentemente è semplice, questa si complica fino a diventare incomprensibile. Legge di Murphy o del pirla?
Le regole di gara sono chiare, a prova di idiota.
Il percorso della 25 termina a Tratto Spino, quello della 35 continua scendendo nel versante ovest per poi risalire fino alla vecchia sciovia Panorama, sul sentiero delle vacche e tornare a Tratto Spino.
Metà, e dico metà, iscritti della lunga si incasinano, si sbagliano, si confondono, o si convincono di esserlo…e terminano il percorso, passatemi il termine, letteralmente “alla cazzo di cane”.
Chi taglia subito, chi scende nei Prai ma poi risale dal sentiero sbagliato, chi non scende proprio, chi si ferma dietro un sasso a cagare (immagino) facendo finta di niente, chi si traveste da turista…

Polaroid CUBE
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L’organizzazione purtroppo non ha previsto nessun controllo di passaggio, immaginando forse che il trailrunner medio abbia un codice di comportamento etico oppure un minimo di decenza.
Chiaramente si sbaglia.
Per questo nelle gare normalmente i controlli di passaggio ci sono e alcuni anche a sorpresa, e se salti il percorso sei istantaneamente squalificato.
Al pari dei dopati o di chi si nasconde nel baule dell’auto della fidanzata per saltare quella salita tanto impegnativa.
Altrimenti non la chiami gara ma passeggiata in compagnia e non stili una classifica ufficiale, ma un elenco dei partecipanti alla gita della parrocchia.
Risultato, solo in 30 passiamo dall’ultimo ristoro che era posizionato sul sentiero corretto, informazione confermata a me personalmente dagli addetti, e che quindi ha valore pressochè ufficiale.
Da dodicesimo mi ritrovo ventunesimo, in meno di 3km e senza che nessuno mi abbia superato.

Polaroid CUBE
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Non ero così stanco da non accorgermi di 9 concorrenti, quindi è chiaro che fanno parte di quel gruppo che è salito direttamente sotto la funivia per arrivare al traguardo saltando…quanto? 3 km almeno, e soprattutto la salita finale della vecchia pista panoramica tra cespugli, mughi e zecche.
In termini temporali stiamo parlando di una mezz’ora almeno, o anche 45 minuti, ma vaglielo a spiegare all’uomo medio, abituato in questa epoca e da questa società, a giustificare gli errori sminuendone le conseguenze.
La foto della parte finale del percorso in ogni caso penso parli più di mille parole: vi si può apprezzare l’entità del taglio, come da me tratteggiata in bianco con puntini e frecce (la lettura è a prova di idiota, ma visti i precedenti). Giudicate voi.percorso
Io per fortuna non ho la faccia come il culo e allo specchio, quel viso che osservo la mattina appena sveglio, la guardo sempre dall’alto verso il basso…
All’arrivo nessuno capisce più niente, le premiazioni sono quasi istantanee così come la classifica appesa alla stazione della funivia, chiaramente sbagliata.
La gara è finita, arrivederci a tutti. Qualcuno si incazza, vien voglia di bestemmiare ma non si può, sembra ci sia il vescovo in persona e non è il caso di scatenare una guerra santa, soprattutto di questi tempi.
Scambio qualche parola con i miei amici veneti Barbara, Giorgio e Daniele. Han vinto categoria, gara singola, tutto il circuito, non so: sono pieni di premi, bottiglie di vino, trofei. Non li guardo con invidia…io tutta quella roba dovrei portarmela nello zaino e non ci sta. Bella scusa.
Nella loro gara non ci sono stati i problemi come nella mia, sbagliare era impossibile ma non vi è limite alla stupidità umana. Chi lo ha fatto meriterebbe un premio speciale.
Mi sento un coglione per aver fatto il percorso corretto e la voglia di montare un (inutile) putiferio fa breccia nella mente.
Riparto incavolato nero, devo ritornare a casa e per farlo mi aspettano 8km e un dislivello di 1300 negativi. Di farlo in funivia non se ne parla proprio.
Cammino un centinaio di metri, le gambe ci sono, passo alla corsa, trovo il mio ritmo. Tutto funziona a meraviglia.
Anche i pensieri negativi poco a poco scompaiono, e in un paio di km rielaborando la situazione giungo alle ovvie conclusioni.
Chiunque abbia tagliato, a meno che non sia affetto da qualche malattia senile o degenerativa, lo sa. Il gps non mente, e le cartine nemmeno.
Puoi immaginare di aver tagliato poco, oppure che non sia così grave, in realtà dalle mie parti ti avrebbero squalificato perchè…perchè hai barato e faresti meglio a non guardarti dall’alto verso il basso, la mattina allo specchio.
Esagerato? non credo.
Lo sport è come la vita, perchè è vita, ed il codice morale va rispettato, sempre.
Chi si comporta da stronzo in questo ambiente, e fa finta di niente, significa che è Stronzo. Sua Maestà Stronza, il Re degli Stronzi, il gran visir degli Stronzi.
Personalmente avrei tagliato il traguardo ammettendo l’errore, ma questo sono io.
L’unica, fino ad ora, ad aver ammesso l’errore è proprio la mia amica Carolina, quella alla sua prima esperienza trail. Speriamo non si faccia condizionare dai “veterani”…
Forse i poveracci hanno bisogno di vantarsi con i colleghi in ufficio, oppure chissà, come gli alcolizzati mentono anche a se stessi.
Continuo a scendere veloce, questa strada la conosco bene, mi sento esattamente come nel salotto di casa mia, però senza pantofole (non le ho perchè sono sempre scalzo).
Altri 2km e incontro un gruppetto di tedeschi, attrezzati con calzettoni e zaini da Everest, preoccupati di essersi smarriti.
Mi fermo ad aiutarli, anche se onestamente perdersi a Piombi è quasi impossibile…poi mi viene in mente la gara e mi viene da ridere.
Si perdono i “professionisti” del trailrunning, che hanno un percorso indicato da cartelli e nastri, e soprattutto una mappa del percorso ufficiale, pubblicata da mesi sul sito dell’organizzazione, figuriamoci un paio di turisti con facce da birra e wurstel.
Ridono anche i crucchi, chissà che cavolo hanno capito, forse ho pensato a voce alta. Alles Klar? ja ja ja Danke, viel Spass, ma va cagar.
Ritrovo i miei sentieri, i miei alberi, i miei sassi, le mie zecche…anche quelle, perchè no, tanto come dice il mio amico Sindaco, sono sane (lo confermo, venerdi sono stato in pronto soccorso dopo l’ennesima puntura e dalle analisi non risultano malattie rare, solo quelle classiche mie mentali). Adotta una zecca
Mi dimentico di accorciare la discesa passando dala valle dietro casa, che sto pulendo e attrezzando proprio per queste eventualità, e arrivo a Malga Fiabi.
Non ho riconosciuto il bivio oppure ero troppo felice? Misteri della mente.
Illuminata, senz’altro, perchè passo dal sentirmi il coglione di quota 1780 al genio di quota 690.
Ho pagato l’iscrizione per fare 35km di una splendida montagna e altri concorrenti con lo stesso importo ne hanno fatti meno. Alcuni molti meno.
Chi è il più furbo?
Un po’ di numeri, quelli veri che mi riporta il Suunto (che allo specchio la mattina non prende se stesso per il culo): 34,61km e 1968+ in 4h e 31m. Ero o dovrei essere, a seconda dei punti di vista, 12 in classifica generale.
Mi sovviene l’aspetto più importante della questione: parte del ricavato andrà alle associazioni benefiche. Solo per questo passare da coglione ha valso la pena.
Nel frattempo arriva la mail di risposta dell’organizzazione, e la cosa mi stupisce. Ammettono di essere a conoscenza delle irregolarità ma anche di essere incapaci di correggere le classifiche.
Dal controllo effettuato a fine gara, dagli addetti scopa, salta fuori che nessun cartello è stato manomesso, o spostato. Il presidente addirittura teme che qualcuno abbia tagliato a proposito e che quindi il gregge abbia seguito. Chissà.
La mail la conservo con cura, è la prova dei miei sospetti, ma anche che in fondo quest’organizzazione ha fatto il possibile ed è stata colta alla sprovvista dall’uomo medio stronzo.
Per modificare le classifiche ci si dovrebbe attenere alle dichiarazioni dei concorrenti, della serie dica la verità soltanto la verità, dica lo giuro. Figuriamoci se gli Stronzi ammettono di esserlo.
Una cosa simile, nel mondo del calcio, avrebbe smobilitato un esercito di avvocati, psicologi e carabinieri…
Sono sulla stradina vicino a casa, ho male un po’ ovunque, faccio due conti e vien fuori che alla fine i km sono 43 con 2000 positivi, niente male come allenamento.
Sofia mi viene incontro felice: papi hai vinto?
No, però sono un genio.
Ok…mi metti i cartoni delle Winxx per favore?
Come diceva quel tale: …che la tua festa cotanto tardi a venir non ti sia grave?
Beata fanciullezza.

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Adotta una zecca

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Appena tornato sul lago, circa un mese fa, mi scontrai con la consueta emergenza ambientale di routine.
Un anno l’orso, l’altro le vipere, quindi le zecche, prima o poi sarà la volta dei corridori nudi nel bosco.
Mentre non mi sento particolarmente turbato dagli animali selvatici, ho un disagio pressochè esistenziale nei confronti dei parassiti.
Li identifico come rappresentanti della classe politica e di conseguenza mi stanno sulle balle, e tutto ciò nonostante io abbia fin dalla tenera età imparato a convivere con la loro presenza.
Mio padre, mio nonno, i miei zii infatti erano candidati alle politiche del paese…no…erano cacciatori, e quindi in casa gironzolavano cani da caccia, capi di selvaggina, zecche, pulci e via dicendo.
Matematicamente parlando, il rapporto era comunque di gran lunga in favore delle ultime categorie sopracitate. Tecnicamente parlando, la formula da me elaborata è:
{zecche.X : selvaggina.pulci} dove X rappresenta l’uomo o il cane…
A quei tempi non si comprava lo shampoo antiparassitario ne il collarino Fido repellente Seguir leyendo Adotta una zecca

Lavaredo ultra trail

Venerdi 24 giugno 2016 ore 21:30
Piove.
Sono disteso nel letto dell’hotel Lavinia a San Vito, al mio fianco Fede legge assorta il suo libro. Il segreto della bambina sulla scogliera, un romanzo, sembra interessante.
L’atmosfera è rilassata, senza figlie rimaste a Padova in buone mani, quelle dei nonni, è da autentici fidanzatini in vacanza d’amore.
La pioggia aumenta di intensità, il vento odora di bosco e muschio bagnato, sulle cime che vedo dalla mia finestra il temporale scatena tuoni e fulmini.
Un quadretto perfetto ma qualcosa stona: le mie gambe sono in alto, appoggiate alla parete. Sulla sedia al mio fianco ai pantaloncini da corsa è attaccato un pettorale.
Quel che dice è inequivocabile: Lavaredo Ultra Trail John Benamati ITA 203.
La mente è preoccupata, come sempre teme di non essere all’altezza della sfida. Questa Seguir leyendo Lavaredo ultra trail

Durona (ultra)trail

Sabato 10 giugno. Durona (ultra)trail.
La parolina ultra è mia, in realtà la gara si chiamerebbe solo Durona Trail.
Nella valle del Chiampo è evidente che 60km e 3100 positivi non sono sufficienti a identificare una gara simile come ultramaratona…
Mi iscrivo all’ultimo secondo, quasi temessi (a ragione) che partecipare in una “piccola” ultra, mezza giornata dopo essere arrivato in italia, e alle porte della grande Lavaredo sia un po’ da megalomane…quasi scemo…
Il punto è che quando a Teneife conobbi alcuni Italiani iscritti alla Blue Trail, fui invitato non solo alla Durona ma anche a casa loro.
Rifiutare una simile proposta era semplicemente fuori discussione.
Chiaramente atterrare all’ora di pranzo in una città (Treviso) per poi raggiungerne un’altra Seguir leyendo Durona (ultra)trail

Minimalismo secondo John. Parte seconda.

L’equilibrio di Heider è una teoria dell’equilibrio psicologico, elaborata nel 1947 dallo psicologo statunitense Fritz Heider. Secondo lui ogni individuo cerca di mantenersi coerente nel corso del tempo, nelle sue decisioni e nel suo pensiero per raggiungere lo status perfetto, quello appunto di equilibrio con se stesso e l’ambiente che lo circonda.
Giusto? boh…
Sbagliato.
Oggi riflettevo su questa teoria, mentre salivo verso Pico Viejo col cuore in gola e il cervello in affanno…per chi non conosce Tenerife sto parlando del vecchio vulcano, quello che si trova accanto al ben più noto e famoso Teide.
Il pico Viejo misura 3100 metri, 600 meno del Teide, ma è più grande e molto più incasinato Seguir leyendo Minimalismo secondo John. Parte seconda.

K21 La Guancha

Al final me apunté. Parece que estoy hablando del reto de mi vida, quizás la subida al campo siete del Everest o la travesía nadando desde Grancanaria a Tenerife.No, qué va, me apunté al k21 La Guancha, una “carrerita” de 21km y 1000 positivos en el oeste de nuestra preciosa isla.
Cuando me desperté esta mañana lo único que mi mujer dijo besándome fue: por favor, no te hagas daños que esta carrera es uno sprint para ti. Acuérdate que tienes una ultra Seguir leyendo K21 La Guancha

Trail running, ultratrail, barefoot, minimalism

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