Comano Ursus Extreme Trail (ultrasky) C.U.E.T.

Se mi avessero chiesto di iscrivermi ad una skyrace avrei risposto picche. Ad una ultra skyrace poi…avrei risposto picche e anche una scoreggia.
Ho fin da sempre guardato con un misto di sospetto e ammirazione a questo tipo di competizioni, e ho anche fin da sempre pensato che farsi una tonnellata di dislivello positivo su creste affilate e col vuoto alle spalle non fosse per me.
Perchè?
Semplice: non ne sono capace.
Finisco nella Ursus extreme trail quindi quasi per sbaglio.
E’ un’edizione zero, e come tale suscita interesse.
E’ a tappe, 120km e 9000+ suddivisi in 2 giorni, e sarebbe la mia prima esperienza del genere, anche in vista di un altro mio progetto nel 2017.
E’ vicino a dove vivo d’estate, e cioè sul Lago di Garda, e questo aiuta la logistica: parto in corriera, dormo in palestra a Ponte Arche, corro, soffro e bestemmio un po’ (la trilogia dell’ultratrailer) e torno in corriera.
Spendendo poco e senza rompere le balle alla famiglia. Perfetto.
Dimentico di osservare che 120km e 9000 metri positivi sono “tanto” verso l’alto, contro relativamente “poco” in piano e che non stiamo parlando di una ultratrail ma di una ultrasky…ma sono dettagli.
Dimentico anche di verificare, non dico direttamente sul campo o con foto del territorio in questione o perlomeno su google map, il tracciato.
Mi sarei reso conto che non ho ne l’esperienza, ne l’allenamento per questo genere di gare, e soprattutto che gran parte dei sentieri sono come l’edizione: appena nati.
Se avessi saputo tutto questo, uno potrebbe pensare, avresti cambiato idea…giusto?
Sbagliato.
Non cerco il posto in classifica, anche se aiuta il morale, per vantarmi con amici e parenti “normali”.
Non sono infatti uno di quei topi da risultato, che si affannano a capire, in base all’elenco degli iscritti, quante possibilità hanno di finire sul podio.
Ne conosco alcuni, di questi patetici personaggi (alle Canarie è pieno), che cercano la garetta in concomitanza della gara più importante, per poi pavoneggiarsi con risultati su facebook.
Corro in montagna per trovare i punti deboli del mio fisico, della mia mente, del mio spirito.
Corro tanto e cerco lo sfinimento, a volte esagerando, andando oltre.
Perchè?
Perchè funziona. Semplice.
La Ursus extreme da questo punto di vista mi è servita…eccome.

Prima tappa:
58km 4600+ 4100-
Quando nelle caratteristiche tecniche di un tracciato il numerino + è più del numerino – significa che si sale tanto e scende meno. Tradotto tecnicamente: più salita della discesa oppure, se preferite in linguaggio volgare: ti fai un culo così.
Anche questi però sono dettagli.
Dormo nella palestra delle scuole medie, messa a disposizione dall’organizzazione.
Ci sono brandine e materassini, ma io scelgo il mega-materasso per attutire le cadute dalla parete di free climbing artificiale.
Amo dormire largo, ma qui esagero, e mi ritrovo con 5 metri quadrati di letto. Sono così comodo che la mattina gli altri concorrenti faticano a svegliarmi a calci e pugni.
La partenza è alle 06:00, mi alzo alle 05:40.
Che serietà, però sono riposato, anche se praticamente non ho tempo per altro.
Per ottimizzare, mangio un panino integrale con la nutella, mentre seduto sul water faccio la cacca e riempio le borracce d’acqua.
Il panino lo digerisco 4 ore dopo, le borracce sapranno di cesso tutta la gara mentre dei flash back mi ricorderanno le analogie tra la nutella e i miei escrementi.
Poco dopo mi trovo riunito con gli altri nel parco pubblico di Ponte Arche, che è per l’occasione “addobbato” a sport park meeting point. (La definizione è tutta mia, amo storpiare l’inglese a mia immagine e somiglianza).
Stands della New Balance, promozione turistica, massaggi, panini…sembra la Utmb, ma senza il miliardo di rompicoglioni di troppo.
Il classico discorso di inizio manifestazione arriva direttamente dal presidente dei Comano Mountain Runners.
Giacca e cravatta? aria distinta? fantoccio politico con copione in mano da leggere?
No.
Guerriero a cavallo, in costume celtico e faccia dipinta di azzurro.
Sembra di essere nel film Brave Heart, e prima che a qualcuno venga in mente di mostrare il culo agli Inglesi viene data la partenza.
Come al solito è a razzo, altro che ultra di due giorni.
Saranno i concorrenti iscritti ad una sola tappa, penso rilassato. Quelli della due giorni non credo siano così squilibrati: invece lo sono e (consentitemi il dialetto) tì coreghe drè se te si bon.
Un paio di km d’asfalto (gli unici che vedrò in tutta la gara) e subito siamo nel bosco…e in salita.
Per sempre.

Polaroid CUBE
Polaroid CUBE

Si, perchè parlare di discese dove sciogliere le gambe proprio non se ne parla, e il dislivello negativo accumulato è nei saliscendi in costa oppure nei boschi bagnati, dove passo più tempo sdraiato scivolando che in piedi.
La cosa bizzarra, e la si apprezza guardando attentamente il profilo di questa prima tappa, è che dal km 35, quindi più di metà gara, si sale con 1600 metri di dislivello fin sopra ai 2100 di quota…e ci si resta per un bel po’.
Nel mio caso, il “ci si resta” rischia di essere, liturgicamente parlando, definitivo.
Le ultime due ore mi hanno richiesto uno sforzo intenso, sotto un sole devastante ed ai limiti della disidratazione mi rendo conto che i miei calcoli, sul tempo di percorrenza tra un posto di approvigionamento e l’altro, sono come quelli sulle previsioni economiche: lievemente scorretti. Tradotto: cannati in pieno.
Vicino a Malga Nardis a 1800 metri di quota mi supera la prima donna, scopro poi essere la moglie del Sindaco di Fiavè (con una donna così al proprio fianco, i cittadini di quel paese possono dormire sonni tranquilli), mi cede con altruismo una barretta energetica perchè ho perso la mia. Ed era l’ultima che avevo.
Che figura di merda, penso, ma per uno che ha 5 figlie femmine è quasi normale farsi aiutare da donne.

Polaroid CUBE
Polaroid CUBE

Arrivo al km 43, o giù di li, seguendo un sentierino tra rocce instabili e ghiaione su pendio inclinato della Sella Dos de la Torta. Per fortuna la nebbia mi nasconde il paesaggio.
Avrei sicuramente capito cosa mi aspettava, e mi sarei suicidato.
7 km di creste, su tracciato quasi vergine, a tratti consentitemi il termine pericoloso, tra radici, formiche giganti nere, dirupi, burroni. Manca solo l’orso dietro un cespuglio. Adesso capisco perchè il presidente dei Comano si era vestito da Wallace, ma la cosa non mi fa più di tanto sorridere.
Il Suunto mi marca un km talmente lento che va fuori scala. Credo sia una media che qualcuno potrebbe fare su una parete verticale delle alpi, scalando in solitaria. Magari con una gamba sola.
E’ il mio record assoluto, ma in negativo.
I motivi ci sono, e sono seri. Mentre cerco di accellerare per levarmi d’impaccio, inciampo infatti su un sasso e volo fuori dal tracciato.
Cado e rotolo di schiena sul prato in pendenza, e scivolando sullo zainetto inizio ad accellerare. Già mi sento sfracellato in fondo al burrone, e le solite immagini patetiche del condannato a morte annebbiano la mente:
articolo di giornale, magari piccolo servizio sul tg regionale con fototessera tipo pluripregiudicato, il testamento aperto dal notaio, le figlie che piangono, le chiacchiere degli amici al bar…John? era un bravo “ragazzo” ma un po’ matto. Vabeh. Che c’è per aperitivo?
Cose di questo genere, fino a che mi rigiro di pancia e affondando le mani e la lingua nella terra mi fermo.

Polaroid CUBE
Polaroid CUBE

Ci voleva poco, ma intanto sono 30 metri più in basso. Riporto lievi danni fisici ma gravi danni all’orgoglio. Meglio, ultimamente si stava gonfiando come un pallone.
Questi metri di dislivello devo ricordarmi di toglierli dai dati del Suunto, non vorrei che si sballassero i tempi di recupero…
Ritorno sul sentiero in cresta, ma le gambe tremanti non mi consentono di proseguire agevolmente.
Una personalità ricorda all’altra che si, sono veramente burroni quelli che vedi e si, ci puoi cascare dentro ancora.
Entrambe se la fanno addosso. Io con loro, e siamo già in tre. Avanziamo tutti fiduciosi nell’inesplorato mondo della schizofrenia.
Mi scatto una foto ricordo, per la tomba magari, e poi chiamo la mia Fede amore, che è rimasta a casa con le bimbe, e le racconto piangendo quello che mi è appena capitato.
Forse cerca come sempre di tranquillizzarmi a distanza, oppure sono io che ho perso la qualità del linguaggio e non riesco a descrivere accuratamente la situazione, resta il fatto che con grazia mi suggerisce di rallentare (più lento di così mi fermo e aspetto la morte), o di abbandonare (l’unica via di uscita è proseguire la gara o lanciarsi nel vuoto).
Raggiungo un paio di volontari e sfogo anche su di loro il mio terrore, finchè mi supera Flora, del fortissimo Team runner Brescia (ma sarebbe meglio chiamarlo team capre di montagna de brescia), la seconda donna in classifica odierna.
La riconosco quasi subito: è una di quei concorrenti che stamattina presto, assieme al suo moroso, cercava di svegliarmi.
Gentilissima mi offre mezza merendina, un po’ di sale, un paio di parole di conforto. Riconosce anche lei che il percorso è a tratti…”esposto”.
La guardo e penso che è proprio vero quello che si dice in psicologia: non è il problema il vero problema, ma la percezione dello stesso. Io mi sto cagando addosso e lei si gode il panorama.

Polaroid CUBE
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Proseguo e cerco di starle alle calcagna, più per àncora morale che spirito competitivo o esuberanza maschilista: è infatti la seconda persona oggi ad aiutarmi, ed è ancora donna.
I km, ma sarebbe meglio dire i metri, passano. Lenti ma passano. Arrivo ad altri due volontari che mi comunicano la fine delle “ostilità”. Da ora in poi è tutta discesa.
Normalmente questa è la frase magica, quella che sblocca la mente e le gambe, quella che ti consente di rilassarti godendo la tanta agognata fine gara.
Ti aspetta un bel po’ di discesa, accellerando il ritmo, e magari, come quasi sempre capita, riesci a superare qualche avversario.
Qui no.
Siamo su sentieretti zigzaganti in boschetti bagnati: cado su radici, sassi, orme d’orso, pietre bagnate e cacche di camoscio.
Non ho assolutamente grip, le scarpe non servono a niente, ho l’impressione che scivolando sul culo andrei più veloce.
Cip e Ciop, i due neuroni funzionanti in gara, si eleggono professori di algebra e fanno i conti della serva:
Sei al km 53 di una gara che finisce ai 58, quindi al 95% del percorso. Immagina la barra del download sullo schermo del computer…diresti che ci siamo vero? Ma ti trovi ancora a 1700 metri di quota e non ti riesce di avanzare a più di 8 min/km pur rischiando le palle.
Qualcosa non torna, e lo sai benissimo.
Ma in che cazzo ti sei messo?
Arrivo al ristoro dei 54km di Malga Stabio, raggiungo Flora e poco elegantemente la supero. Lei chiede quanto manca ai volontari ed io, che ho passato le ultime 3 ore a fare la stessa domanda, ottenendo sempre la stessa risposta (poco dai), semplicemente scappo via.
Non che voglia superarla, o arrivare prima…ma ho bisogno di vedere l’arrivo e tranquillizzare la mia anima, che come quella dei dannati è timorata e perduta.
Datemi un prete, qualche verso del vangelo e visto che ci siete anche l’estrema unzione, domani mi aspetta la seconda tappa.
Del prete per le anime perse, anzi il pastore, quello vero (con tanto di pecore), ne avrò veramente bisogno la mattina seguente.
Finisco questi “tragici” 59km (dal mio gps) e 4600 positivi in poco più di 11 ore. 15 overall nella generale di giornata e non ho idea della combinata (per quello che può contare la classifica).
Termina così la prima giornata e tra un buon piatto di pasta e i fagioli, e quindi tra carboidrati e scoregge, inizia il recupero.

Seconda tappa:
62km 4200+ 4800-
Dormo pesantemente e pieno di dolori, questa volta la sveglia è ancora prima visto che bisogna prendere il pullman per andare alla partenza a Passo Ballino.
Mi affido ai soliti calci e pugni dei colleghi, ma questa volta non mangio nutella e soprattutto cago (anche se poco elegantemente) nei prati, proprio dietro l’albergo presso la partenza.
Il via è in discesa…e contro ogni pronostico corro in scioltezza. Senza dolori, tutto funziona a meraviglia.
Che bello.
Anzi no.
D’ora in avanti non avrò più scuse per non allenarmi il giorno dopo una ultra.
Sono fregato.
I primi 10 km fino a Stenico scorrono lisci come l’olio, mi aspetto qualcosa, un crampo, una storta, un ictus.
Niente, e arrivo al primo rifornimento dove trovo le brioche al cioccolato. Non sarà l’alimentazione più sana del mondo, ma in quel momento funziona, eccome.
Mi aspettano 1800 positivi, ma il morale è alto e mi sento meglio di ieri.
Mistero (come sempre) ma interessante e da approfondire.
Le previsioni del tempo prevedono un fronte temporalesco verso le ore 12, ed io penso stupidamente che sia meglio la pioggia che il caldo asfissiante di ieri.
Tutto sbagliato, chiaramente. La mia idea, le previsioni, la mia reazione al freddo, il mondo, le previsioni sul Pil dell’Eurozona…
La pioggia arriva subito, alle otto sono già annegato nel bosco, sotto i fulmini e nella nebbia. Poi è la volta del vento, per un windsurfista come me niente di trascendentale, ma qui l’effetto è un po’ diverso.
Ho infatti ancora la protezione delle piante, e non mi accorgo della temperatura che sta precipitando, anche se basterebbe usare il buon senso per capirlo.
A 1600 metri di quota esco in cresta, e vengo investito dal vento gelido mentre attraverso il prato in pendio. Sono fregato e me ne rendo conto subito.
Nello zaino ho la maglia termica a maniche lunghe, ma fermarsi per indossarla ora, sotto la pioggia e senza protezione dal vento, sarebbe una stupidaggine.

Polaroid CUBE
Polaroid CUBE

Le dita funzionano male, e se mi spoglio difficilmente riuscirei a rivestirmi in tempo. Mi sento un bebè e avrei bisogno di un’altra donna, forse la mamma.
Il Suunto mi dice 11 gradi, ma bagnato e con un vento di venti nodi l’effetto wind chill porta la sensazione termica molto più in basso.
Ho letto troppi libri di montagna per non saperlo, l’ipotermia arriva veloce e quando meno te lo aspetti…smetti di funzionare.
Un conto però è immaginarsi una condizione fisiologica, un altro è sperimentarla su se stessi. Fino a che non arrivi a questo punto, non puoi assolutamente capire che effetto fa.
Continuo a filmare con la mia inseparabile Polaroid, più per documentare il mio trapasso che per spirito artistico.
Come protezione ho il classico k-way, ma avrei bisogno di una muta da sub con le bombole. E pensare che a casa ho la giacca in Goretex, principiante.
Non ho alternative che proseguire, e a buon ritmo per conservare il calore.
Arrivo al km 17 a più di 1800 di quota tremando per il freddo, quasi fatico a parlare. Le mani già non funzionano e le ginocchia mi fanno male.
Non so se dipenda dal fatto che sono magrolino, o poco abituato a queste condizioni meteorologiche ma inizio veramente a preoccuparmi.
Penso ai Celti, e al fatto che sulle montagne delle Highlands Scozzesi d’inverno, questi personaggi andavano in guerra contro gli inglesi e sotto il gonnellino non portavano nemmeno le mutande!
Ciò nonostante montavano i cavalli a pelo, anzi a palle, attributi che in questo momento sento di non avere, e se ci sono sono piccoli piccoli…
Mi sento sempre più una mezza calzetta, altro che ultra runner.
Entro nel rifugio di Malga Valandro pensando che forse mi fermerò una settimana.
Viene stilata una classifica di giornata, in questo punto, per non rendere vane le fatiche di chi fino a qua è comunque arrivato, e per rendere ufficiale la combinata di due giorni che quindi totalizza 75km e 6500 positivi.
La gara è per fortuna sospesa, una decisione che mi trova perfettamente d’accordo.
Il rischio non è per i pirla come me, che se la vanno a cercare, ma per i volontari sparsi sul tracciato che aspettano fermi i corridori.
Mi portano gentilmente nella casa del prete-pastore (quello che cercavo ieri all’arrivo), che ha circa 300 pecore al suo cospetto (ora una in più), perchè è più calda e accogliente.
Sono avvolto da due coperte e il mio materiale da corsa è appeso ad asciugarsi sopra la stufa. Mai come in questo momento l’ho visto inadatto allo scopo.
Il figlio del pastore mi cede il suo camicione a quadrettoni imbottito di pelo, poi mi porta un piatto fumante di zuppa fatta in casa.

Polaroid CUBE
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Non ho idea cosa galleggi in superficie, ne quali siano gli ingredienti…ma è buonissima e mi sento subito meglio.
Inizia quasi subito un discorso sull’alimentazione e gli estremi della stessa.
I pastori, legati alle tradizioni ed al loro stile di vita spartano, ma rilassato, criticato i vegani ed i vegetariani…non riesco a nascondere loro che faccio parte di questa categoria, ma in casi estremi, come oggi…ben venga la flessibilità.
Si scambiano uno sguardo d’intesa e mi confermano che nella zuppa c’era carne, lardo…per quel che mi riguarda mi sarei mangiato anche le corna delle pecore, quindi mi sento il re dei vegetariani, ma flessibili.
Mi allungano un fiasco di vino rosso, e mi offrono un bicchiere. Sono astemio…si le malattie le ho quasi tutte. Sorridono, ma su questo non transigo, preferisco il the caldo.
Osservo l’ambiente che mi circonda: semplicità, poche ma basilari comodità, ritmi di vita dettati dall’organismo e dalla natura.
Se la ricchezza di un uomo sta nel poter gestire il proprio tempo come vuole, questi pastori a quota 1800 sono i miliardari del ventunesimo secolo, altro che Pil che non cresce e stress test per le banche del cazzo.
Il tempo è inclemente, e nell’attesa di una schiarita (ora che sono tornato in me e ho smesso di tremare come un malato di Parkinson) scambio quattro chiacchiere con il presidente dei Comano, Marco Buratti, suo malgrado costretto, con un vigile del fuoco addetto al soccorso in montagna, ad accompagnare l’ultimo concorrente imbecille rimasto…cioè me.
E’ visibilmente dispiaciuto per esser stato costretto a interrompere la manifestazione, nell’ammetterlo gli si inumidiscono gli occhi. Mi rendo conto della mole di lavoro che deve esserci dietro l’organizzazione di un simile evento. Dello stress, delle preoccupazioni ma anche della passione, dell’amore per qualcosa che troppo spesso è intangibile e raramente ricompensato.
I concorrenti si iscrivono, pagano, e si creano delle aspettative ma poi troppe volte si lamentano, perchè le cose non vanno come previsto. Io penso che in realtà siano scuse per non ammettere i propri errori o limiti.
Secondo la teoria dei giochi di Nash, direi che organizzare un simile evento da zero, senza fini speculativi e con il solo scopo di compiere le aspettative, sia una situazione nella quale puoi soltanto perdere. Bene che vada, tutto va secondo i piani, ma nessuno si stupisce.
Ci vuole coraggio. Complimenti ancora a questa giovane organizzazione.
Due concorrenti, un uomo e una donna, arrivano dopo un’ora nella casa del pastore. Si erano persi nel bosco, a causa della nebbia e della pioggia.
Altri chissà avrebbero criticato la segnaletica, il vento che aveva spostato i segnali, o chissà i folletti della montagna.
Loro ridono felici. Un esempio fantastico di umiltà e onestà:
“siamo andati di qui, poi di la, boh…però ci siamo divertiti…pensa te…”
Lei mi guarda e mi cede la sua maglia termica. Non so cosa dire…è la terza donna in due giorni ad aiutarmi (non sono sicuro ma credo si chiami anche lei Lorenza), e se non fosse per un altro concorrente maschio che mi presta il suo gilet antivento penserei che la mia vita è legata sempre più alle donne.
Riesco a chiamare casa per avvertire Fede amore che sono ancora vivo, ferito nell’orgoglio ma maturato grazie a delle fantastiche esperienze che questa gara mi ha portato a ivere.
Mi rendo conto che sono proprio un pirla, questo è certo.
Ammetterlo pubblicamente sul mio blog è il minimo che io possa fare.
Due parole sul pacco gara.
50 euro per una ultra sky race di due giorni che ti omaggia, oltre che di vitto e alloggio durante e dopo la gara, anche di prodotti locali e uno zaino Ferrino da corsa…finanziariamente parlando più che un’iscrizione è stato un investimento.
Ringrazio tutti quelli che mi hanno aiutato (tanti) quelli che ho aiutato io (sempre pochi) e quelli dei quali non ricordo il nome (purtroppo ho una gran memoria per i numeri e i grafici ma per i nomi sono un disastro assoluto).
Ovviamente il Grazie con la G maiuscola va all’organizzazione dei Comano Mountain Runners per questa fantastica, meravigliosa (almeno per me) esperienza.
Arrivederci al 2017!

Polaroid CUBE
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7 pensamientos en “Comano Ursus Extreme Trail (ultrasky) C.U.E.T.”

  1. John grazie per avermi fatto ridere nel leggere il tuo racconto-storia …. della tua personale esperienza del CUET scritto con il giusto spirito …. oltre allo spirito trail ci vorrebbe anche uno spirito come il tuo …. goliardico ma sopratutto autoironico !! Grazie, mi hai fatto cambiare d’umore ha ha ha davvero ….. Ciao buona Vita !! Ale il compagno di taxi Malcesine-Novezza con Carolina, Trail della Speranza …. speranza di tornare a casa a qualche ora !!!

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